Tag: autonomia differenziata

La ragionevole follia di mettere fine al regionalismo.- di Guido d’Orsi

La ragionevole follia di mettere fine al regionalismo.- di Guido d’Orsi

Grande è la confusione sotto il cielo d’Italia. Gli organi istituzionali pubblici in forte polemica tra di loro, come e assai più che in primavera, nella prima ondata del virus. Il contagio si diffonde quasi incontrollabile, gli esperti parlano a ruota libera, i tamponi latitano (e si possono fare a pagamento se non vuoi attendere le calende greche), il sistema ospedaliero in crisi, i medici e il personale paramedico chiede soccorso, i ministri a cominciare dal loro coordinatore (il presidente del Consiglio) balbettano, e i sedicenti “governatori” urlano, sgomitano, prima chiedono autonomia decisionale, poi la rigettano sulle spalle del governo – sempre più debole ed esangue, e Conte che ripete “l’obiettivo è arrivare a fine legislatura”.

Il quadro è stato tracciato efficacemente da Francesco Pallante (il manifesto, 8 novembre). Ma davvero si resta basiti davanti allo spettacolo a dir poco inverecondo cui stiamo assistendo, se possibile aggravato dalla sovraesposizione mediatica dei personaggi sulla scena: scienziati, tecnici, amministratori, politici e, immancabile, il corredo dei commentatori professionali da talk show.

Lasciamo stare i casi surreali come quello calabrese, con la doppia nomina di un commissario per la sanità (due personaggi ineffabili, bell’esempio di mancanza di professionalità loro e di totale assenza di serietà del governo); oppure la infame campagna pubblicitaria della Regione Lombardia battezzata con atroce arguzia “The covid dilemma”, che ha lo scopo di scaricare sulla cittadinanza le colossali inefficienze del ceto amministrativo locale e i turpi traffici del presidente Fontana (il manifesto mostra una scritta sovrapposta al volto di una ragazza con la finta domanda: “Indossare la mascherina o indossare il respiratore?”, e la risposta colpevolizzante: “La scelta è tua”); o infine il caso, di cui si sta occupando giustamente la magistratura, della Regione Sardegna, con la riapertura delle discoteche per Ferragosto, e la immediata chiusura finiti i festeggiamenti, ma con lo strascico di contagi procurato.

Al netto di tutto questo, rimane il problema principale che è l’ente Regione. Alla stregua dei fatti, oggi dobbiamo chiederci, seriamente, se l’introduzione della Regione nell’ordinamento della Repubblica non sia stato un errore dei Costituenti. Errore, se tale fu (come ritengo) compiuto in perfetta buona fede, nell’idea che un po’ di decentramento amministrativo sarebbe stata cosa buona e giusta.

E le Regioni, creazioni astratte, prive di un sostrato culturale e di un fondamento storico, si sono rivelate semplicemente centri di distribuzione e distruzione di risorse, senza produrre alcun valore aggiunto alla macchina statale. Ma come ricordava Pallante, i guai sono poi arrivati a valanga, negli ultimi vent’anni, soprattutto gli effetti della manomissione del Titolo V della Carta Costituzionale, e la concessione di poteri enormi all’Ente Regione sulla sanità innanzi tutto, con gli strateghi del cosiddetto Centrosinistra, pronti a gettarsi all’inseguimento della Lega (che allora sbraitava sul “federalismo”) e a sacrificare poteri dello Stato.

Gli effetti eccoli qua. Impotenza dell’ente centrale, contenzioso incessante tra Stato e Regione, inefficienza totale della pubblica amministrazione, crollo del sistema sanitario e crisi di quello scolastico – l’uno e l’altro finora in piedi, benché a mal partito, solo per l’abnegazione del personale – e via seguitando. Allora, perché non prendere il toro per le corna? Lanciamo una campagna per una riforma della Costituzione: stavolta facciamola noi, dal basso, non aspettiamo che arrivino i guastatori, i Renzi, e i Salvini e compagnia cantante: perseguiamo due obiettivi.

Obiettivo minimo cancellazione delle modifiche al Titolo V del 2001, con recupero allo Stato di funzioni delegate alle Regioni; e se vogliamo esagerare diamoci come obiettivo massimo l’eliminazione dell’Ente Regione, e invece, piuttosto, rivitializziamo le Province, che d’altronde, nella storia d’Italia hanno un’antica e nobile tradizione, a differenza delle Regioni. E hanno una dimensione che effettivamente può avvicinare l’istituzione alla cittadinanza. Restituiamo loro competenze e prerogative, con juicio, naturalmente. Per porre fine al cosiddetto “regionalismo”, alla destrutturazione della Repubblica, alla distruzione della stessa unità nazionale.
Vogliamo tentare questa ragionevole follia?

da “il Manifesto” del 13 novembre 2020

Italia divisa in due. -di Gianfranco Viesti Il diritto alla salute così diverso nel Paese

Italia divisa in due. -di Gianfranco Viesti Il diritto alla salute così diverso nel Paese

Le tre regioni (Calabria, Puglia, Sicilia) in cui il rapporto fra casi attualmente positivi e popolazione è il più basso d’Italia (monitoraggio Gimbe, al 6 novembre) sono classificate fra le zone “rosse” e “arancioni”. L’apparente contraddizione si comprende guardando ai famosi 21 indicatori elaborati dall’Istituto Superiore di Sanità: la classificazione dipende da un insieme di variabili, dalla velocità di trasmissione alla capacità di monitoraggio, e di accertamento diagnostico, indagine e gestione dei contatti.

Ma dipende anche da un elemento fondamentale: la disponibilità di personale e di posti letto. In queste regioni la dimensione del sistema sanitario è nettamente inferiore rispetto al resto del Paese: è questo che contribuisce a determinare le indispensabili misure più restrittive, ma quindi anche a colpire maggiormente le attività economiche. I ristoranti chiudono anche perché gli infermieri e i posti letto sono troppo pochi.

Perché è così? Questa realtà dipende dalla lunga e complessa storia della sanità italiana: e dalle insufficienze e distorsioni del suo governo in alcune regioni, principalmente del Sud; se si vuole difendere il diritto alla salute dei cittadini, non bisogna mai smettere di ricordare le inefficienze delle loro amministrazioni.
Ma dipende anche da oltre un decennio di politiche sanitarie, ed in particolare dai piani di rientro.

E’ utile comparare l’insieme delle regioni soggette a piani di rientro, includendo dunque anche Lazio, Abruzzo, Molise e Campania, con le altre; in tempi di polemiche sui dati, ci si può far guidare da un recente rapporto dell’autorevolissimo Ufficio Parlamentare di Bilancio (Upb). Che ci dice l’Upb? Che nelle regioni in piano di rientro al 2017 c’erano 81 dipendenti del sistema sanitario ogni diecimila abitanti contro 119 in quelle senza piano; in particolare c’erano 35 infermieri contro 49, in un quadro italiano in cui il rapporto fra infermieri e popolazione è solo i due terzi della media europea.

E questo senza considerare le regioni a statuto speciale e le province autonome (nel caso della sanità, la Sicilia non rientra in questo gruppo): un vero mondo a parte, nel quale i dipendenti del servizio sanitario sono quasi il doppio, per abitante, rispetto alle regioni in piani di rientro. Le regioni del Centro-Sud affrontano la pandemia con un numero di posti letto, rispetto alla popolazione, significativamente inferiore rispetto a quelle del Nord; inferiore un terzo rispetto al Trentino Alto-Adige.

Questa situazione è frutto delle scelte di più di un decennio: dal 2008 al 2017 il personale nelle regioni in piano di rientro è diminuito del 16%; è sceso del 2% in quelle senza piano di rientro; è aumentato in quelle autonome. Queste tendenze sono state dovute, appunto, alle regole imposte alle regioni che avevano un forte disavanzo sanitario: spendevano più del finanziamento loro assegnato. Necessario intervenire, in tempi difficili per la finanza pubblica: ma il disavanzo si è praticamente azzerato già nel 2014 e le politiche non sono cambiate.

E le condizioni si sono sempre più divaricate, come ben mostrato in un recentissimo studio di Baraldo, Collaro e Marino pubblicato su lavoce.info. Dettaglio interessante, l’Upb mostra che le regioni e le province autonome avevano un disavanzo “virtuale” (il meccanismo di finanziamento è diverso) di pari dimensione e lo hanno ancora oggi: ma sono un mondo a parte; un mondo di privilegi.

Il disavanzo era dovuto a problemi sensibili nell’organizzazione sanitaria, ma anche ai meccanismi di finanziamento. Il tema è complesso, ma riassumibile in una considerazione: le regole del federalismo fiscale si applicano solo quando convengono ai più forti. Tre esempi.

Il riparto del Fondo Sanitario Nazionale non è legato ad una attenta misura dei “fabbisogni” della popolazione, ma è guidato solo dalla dimensione demografica, in parte “pesata” per l’anzianità: così che la spesa per abitante è in Calabria del 18% inferiore a quella emiliana; del 15% in Campania, del 13% nel Lazio; i dati (Istat) sono del 2018, ma questo accade tutti gli anni. E’ sempre indispensabile ricordarlo (ancora ieri in un’intervista il Presidente della Regione Veneto sosteneva «che è un problema di efficienza e responsabilità non di soldi»).

In secondo luogo, nessuno ha mai provveduto ad una misurazione delle dotazioni strutturali (ospedali, macchinari) delle regioni: eppure esse dovrebbero essere “perequate”, dato che è impossibile avere gli stessi servizi con dotazioni molto dispari. Stime di un istituto specializzato (il Cerm) mostravano al 2010 impressionanti divari; ma la spesa per investimenti pubblici in sanità invece di contribuire a ridurli li ha accresciuti: fra il 2000 e il 2017 gli investimenti nella sanità sono stati pari ogni anno a 22 euro per abitante in Campania e nel Lazio, a 84 in Emilia; a 16 euro per abitante in Calabria contro 184 a Bolzano.

Infine, la necessità di tanti pazienti di spostarsi fra regioni, specie per cure che richiedono dotazioni e specializzazioni avanzate (e che vengono pagate dalle Regioni di provenienza, che così hanno ancora meno risorse), è ormai considerato come un dato fisiologico del sistema, e non come una grave discriminazione da correggere.

Tutti gli italiani dovrebbero avere un eguale diritto alla salute. Sia per motivi di equità, sia per il benessere collettivo. Esso non dovrebbe dipendere né da incapacità politiche regionali (nei confronti delle quali il governo nazionale dovrebbe attivare con incisività ben maggiore i suoi poteri sostitutivi), né dalle regole distorte e incomplete del federalismo fiscale italiano.

E non è un problema locale: la diffusione della pandemia ci ha mostrato in tutta evidenza che la salute è un tema nazionale (europeo), che non conosce confini amministrativi: la disastrosa situazione della sanità calabrese non è solo un problema per gli abitanti di quella regione ma per tutti noi.

E dunque, se davvero vogliamo che l’Italia dopo il covid sia meglio di quella che abbiamo alle spalle, la conclusione è molto semplice: si impongono scelte politiche molto diverse. Il Piano di rilancio e le politiche sanitarie dei prossimi anni non possono che mirare a sanare ingiustizie e squilibri, anche superando incapacità e resistenze degli amministratori regionali.

da “il Messaggero” dell’11 novembre 2020

Nord-Sud, economisti contro, sui conti (e i soldi) che non tornano. di Massimo Villone

Nord-Sud, economisti contro, sui conti (e i soldi) che non tornano. di Massimo Villone

Da Repubblica del 9 novembre Oscar Giannino ci informa, con un articolo dal titolo «I colpi della pandemia riapriranno le ferite del divario nord-sud», sugli esiti inevitabili della crisi. Il calo del Pil ridurrà le risorse prodotte dal Nord e devolvibili alla perequazione territoriale. Cita di passaggio il recente libro di Giovanardi e Stevanato Autonomia, differenziazione è responsabilità, in cui si legge che il trasferimento di risorse pubbliche al Sud è stato negli anni massiccio, e totalmente fallimentare.

Su una linea analoga si erano espressi il 2 ottobre Galli e Gottardo, autorevoli economisti della Cattolica, con un saggio sull’Osservatorio dei conti pubblici italiani. E già il 4 maggio 2019 Tabellini, ex rettore della Bocconi, in un articolo sul Foglio scriveva : «Le politiche più efficaci per avvicinare l’Italia all’Europa sono anche quelle che aumentano la distanza tra Milano e Napoli». In tutte queste prospettazioni il tentativo di ridurre il divario Nord-Sud, comportando uno spreco di risorse, reca al paese danno, e non vantaggio. Ne segue il corollario, esplicitato o meno, che è nell’interesse del paese concentrare le risorse disponibili sulla locomotiva del Nord. Meglio per tutti se il divario rimane.

Si rafforza e si manifesta lo schieramento che nega ad un tempo lo scippo di risorse a danno del Sud da parte del Nord, e la riduzione del divario tra le due Italie. È una cannonata contro l’opposta tesi che l’Italia non esce dalla crisi se non rilanciando il Sud come secondo motore produttivo del paese: solo così può essere fermato e invertito il declino che ha devastato il Sud ma ha colpito – sia pure in misura assai minore – anche il Nord. Tesi sostenuta dalla Svimez e da autorevoli economisti, e soprattutto, almeno prima facie, accettata dal governo nelle sue scelte di politica economica e negli orientamenti nella utilizzazione dei fondi Recovery, anche in osservanza delle indicazioni UE.

Le due narrazioni contrapposte trovano aggancio in due serie di dati divergenti, entrambe di matrice pubblica: una, dei Conti pubblici territoriali dell’Agenzia per la coesione, per cui ai cittadini del Nord sono assegnate risorse pubbliche pro capite in misura maggiore che ai cittadini del Sud; l’altra, di provenienza Istat e Bankitalia e ora adottata da Galli e Gottardo e dall’Ocpi, che dice l’esatto contrario. Se fosse una contrapposizione accademica, potremmo non occuparcene. Ma sono ovvie le implicazioni per le scelte di politica economica e gli indirizzi di governo, inclusa la risposta alla crisi Covid.

Il 9 novembre, in un seminario presso la Fondazione Astrid su «Il ruolo del Mezzogiorno per la ripresa», il ministro Provenzano ha dato un’ampia informazione delle iniziative del governo. Nessuno dubita del personale e forte impegno del ministro a favore del Mezzogiorno. Ma può la sua posizione decisivamente orientare le politiche del governo nel suo complesso? Qualche domanda si pone.

Delle due serie di dati contrapposti prima richiamate, quale è adottata da Palazzo Chigi ai fini delle scelte e degli indirizzi di governo? Il ministro Provenzano assume quella dei Conti pubblici territoriali. Ma non sembra, ad esempio, di poter dire lo stesso per il ministro Boccia. Come conciliare con l’obiettivo di ridurre il divario Nord-Sud la sua debole proposta di legge-quadro sull’autonomia differenziata, che vuole collegare al bilancio pur essendo tecnicamente inidonea a frenare le pulsioni separatiste? Andrebbe tolta dal tavolo.

Come scommettere sui Lep (livelli essenziali delle prestazioni) come elemento decisivo di equità territoriale, dopo il fallimento del loro equivalente sanitario (Lea) e la conseguente frantumazione del servizio sanitario nazionale? Come assumere le conferenze e la concertazione tra esecutivi come luogo e metodo di un nuovo regionalismo – come suggerisce in audizione presso la Commissione bicamerale per le questioni regionali il 30 settembre – quando l’esperienza passata ne dimostra gli effetti negativi sulla coesione territoriale, e la crisi Covid oggi ne conferma in termini anche più generali le pesanti conseguenze?

Avremo un ritorno della questione meridionale o di quella settentrionale? Lo vedremo sul palcoscenico del dopo Covid, dove si recita a soggetto. Il che può anche andar bene, a meno che gli attori non mostrino di essere – magari con eccezioni lodevoli – guitti di secondo ordine.

da “il Manifesto” dell’11 novembre 2020

Il giochetto autonomista solo quando conviene.-di Gianfranco Viesti

Il giochetto autonomista solo quando conviene.-di Gianfranco Viesti

Le convulse discussioni e decisioni degli ultimi giorni hanno mostrato nuovamente come vi sia in Italia un grande e irrisolto problema di rapporti fra il livello di governo nazionale e quelli regionali. Viviamo un periodo talmente eccezionale, e preoccupante, da imporre a tutti ancor più del solito moderazione nei toni e nelle valutazioni.

Nessuno ha certezze: né sulle dinamiche della pandemia, né sulle modalità più adatte per contenerla: ne è prova l’ampia gamma di misure messe in atto, finora, dai diversi Paesi europei.

Gli italiani appaiono oggi molto più critici di quanto non lo fossero in primavera sull’azione del governo nazionale, specie considerando alcuni dei problemi emersi nelle ultime settimane, come quello del finanziamento per potenziare il trasporto pubblico. Ma allo stesso tempo è evidente come nessun governo europeo sia stato in grado non di evitare ma neanche contenere il dilagare della seconda ondata.

Tutti sono alle prese con dilemmi profondi, fra l’imprescindibile tutela della salute dei cittadini, ed il tentativo di colpire il meno possibile l’economia, già piegata dalla terribile primavera: e quindi di tutelare l’occupazione, il reddito, la sopravvivenza delle piccole imprese, il benessere dei cittadini. Nessuno ha facili ricette: paradossalmente è più facile deliberare una chiusura totale che assumere decisioni più articolate; e paradossalmente è stato più facile farlo in primavera che oggi.

E a questo si aggiunga che conflitti fra le autorità nazionali e quelle regionali e locali non sono certo una prerogativa italiana: sono in corso da tempo, con durezza, in Spagna; hanno richiesto straordinarie doti di mediazione alla Cancelliera Merkel in Germania; caratterizzano persino la Francia, dove alcuni Sindaci si oppongono al Primo Ministro.

Tutto ciò detto, il quadro italiano mostra tensioni e frizioni particolarmente forti; una grande confusione. Alcuni territori hanno ignorato le disposizioni nazionali e attuato norme più lasche. È l’incredibile caso della Provincia di Bolzano che ha ad esempio mantenuto orari di chiusura più ritardati dei ristoranti; sulle televisioni nazionali in quei giorni sono stati trasmessi spot pubblicitari che invitavano ad andare in Alto Adige (non sappiamo se programmati da tempo o al momento).

Salvo poi fare una rapida retromarcia quando il numero dei contagi è passato dai 190 del 28 ottobre ai 547 del giorno 31, raggiungendo un’incidenza, rispetto alla popolazione, doppia rispetto alla già altissima media nazionale. Altre Regioni, come Campania e Puglia, hanno invece proceduto a chiusure drastiche delle scuole, da un giorno all’altro, in assenza di indicazioni nazionali: provocando un impatto molto forte non solo sul sistema dell’istruzione ma anche sulla vita delle famiglie, ed in particolare sulle già molto difficili condizioni delle donne.

In queste ore, stando a ciò che trapela nelle cronache, molte regioni si oppongono a misure differenziate territorialmente; colpisce la posizione di molti esponenti politici lombardi che sono contrari per principio (oggi come in primavera) a norme più severe nella loro regione, quasi che così si perpetuasse un delitto di «lesa maestà», e non fosse un’esigenza dovuta ai numeri della pandemia. L’aspetto che più sorprende è che una delle regioni che da anni sta facendo una dura battaglia per ottenere l’autonomia differenziata in nome proprio della sua diversità, rifiuti per principio regole diverse in base a condizioni diverse.

Le valutazioni sanitarie sembrano intrecciarsi con esigenze di consenso politico, pure variabili nel tempo: in queste ore sembra che prevalga l’esigenza di non giocare il ruolo di chi prende le decisioni più impopolari. Intendiamoci: sono decisioni difficilissime, e certamente tutti coloro che sono coinvolti sono in buona fede. Ma i cittadini hanno il diritto di sapere chi, e in base a quali criteri, decide su aspetti così importanti delle loro vite.

È indispensabile una riflessione, come si diceva in apertura, sui livelli di governo. Vi è certamente un eccesso di protagonismo delle regioni: il diritto all’istruzione può essere differenziato e limitato in alcuni luoghi e non in altri da decisioni locali? Può il diritto alla libera circolazione dei cittadini essere impedito (come stava per succedere in primavera/estate) da ordinanze regionali? La risposta dovrebbe essere senz’altro negativa.

E appare una certa debolezza del governo centrale, sinora poco capace di prendere decisioni, anche di differenziazione territoriale, ma in base a criteri, numeri, valutazioni condivisi. Ma proprio la pandemia mostra l’importanza del livello nazionale; le regioni non sono monadi isolate: se un veronese va a cena a Bolzano perché lì i ristoranti sono aperti e si infetta, crea un problema sanitario in Veneto.

In questo quadro introdurre ulteriori elementi di differenziazione dei poteri fra le regioni, come richiesto dai sostenitori dell’autonomia regionale differenziata, sembra decisamente la strada sbagliata. Quando usciremo, auspicabilmente non tardi, da questa situazione eccezionale, sarà invece utile fare tesoro di queste esperienze: e disegnare un sistema più chiaro, meglio definito, di poteri e responsabilità, a vantaggio dei cittadini.

da “il Mattino” del 2 novembre 2020

I luoghi comuni sul Sud palla al piede e mangiasoldi.- di Massimo Villone

I luoghi comuni sul Sud palla al piede e mangiasoldi.- di Massimo Villone

La crisi sanitaria si intreccia con l’economia, la politica e le istituzioni. L’attenzione è tutta sui conti quotidiani del contagio, ed è comprensibile. Ma altre vicende in atto, oggi in parte oscurate dal fracasso mediatico, peseranno sul paese anche dopo la pandemia.

Il 2 ottobre Galli e Gottardo, economisti della Cattolica e dell’Osservatorio per i conti pubblici italiani (Ocpi), attaccano il Mezzogiorno con un saggio che ho già citato su queste pagine. La tesi di fondo è che la spesa pubblica ha favorito e favorisce il Sud, ma non ne ha risollevato né può risollevarne le sorti, perché il Sud non riesce a beneficiarne per la debolezza delle istituzioni (in ipotesi, inefficienti, clientelari e quant’altro). Cottarelli e Galli ribadiscono la tesi (Domani, 14 ottobre). L’Agenzia per la coesione, voce pubblica e ufficiale, giunge nei Conti pubblici territoriali (Cpt) a conclusioni opposte. È seguita dalla Svimez, da studiosi e commentatori, tra cui io stesso. È censurata dagli economisti Ocpi. Qualcuno sbaglia, o magari imbroglia?

È semplice. Si espungono alcune voci dalla spesa pubblica computabile nel raffronto Nord-Sud, e per magia non è il Nord che scippa al Sud, ma il Sud che scippa al Nord. Ocpi espunge anzitutto società quotate in borsa come Eni, Enel, Poste Italiane e Leonardo, essendo «pressoché inevitabile che la spesa di queste società sia maggiore nelle regioni più ricche, in cui la domanda è più elevata e le opportunità d’affari sono tipicamente maggiori». Una questione esclusivamente di mercato? L’argomento prova troppo. Portandolo fino in fondo, qualunque politica di riequilibrio territoriale sarebbe preclusa a quelle società. Anzi, potrebbero solo dividere ulteriormente il paese. Ma allora come giustificare la presenza pubblica? La sola risposta sarebbe una privatizzazione integrale.

Si espunge poi la spesa pensionistica. Al Nord più lavoro, più reddito, più contributi, più pensioni. È un dato puramente fattuale, non una scelta. Quindi la spesa pensionistica non va conteggiata. Ma le pensioni in atto sono – e saranno per molti anni – basate anche sul metodo retributivo, e quindi almeno in parte a carico della fiscalità generale. Ancora, al Sud la vita costa meno. Dimenticando che i servizi di cui dispone il cittadino del Mezzogiorno sono di gran lunga inferiori. Infine, chiude la partita la debolezza istituzionale, perché in essa si bruciano le risorse pubbliche che non giungeranno mai a migliorare le sorti del Sud. Quindi, sono uno spreco che reca al paese danni, non vantaggi. Concorrono persino ad accrescere il debito pubblico.

Siamo chiari su un punto. Nessuno assolve il ceto politico e le classi dirigenti del Sud, certamente colpevoli. Né si nega la necessità di scelte oculate (come chiedono Drago e Reichlin (Corriere della Sera, 19 ottobre). Ma le false rappresentazioni e i luoghi comuni sul Sud, che sono alla base dell’autonomia differenziata, tali rimangono anche in panni di accademia. Oggettivamente, si spara a chi vorrebbe assumere tra le priorità essenziali per i fondi Ue un favor per il Sud allo scopo di ridurre il divario territoriale. Al tempo stesso, si offre un assist al separatismo dell’autonomia differenziata. Alla fine, secessione dei ricchi e spacchettamento in repubblichette diventano cosa buona e giusta.

E Boccia? Abbiamo già criticato la debolezza della sua proposta, e non ci ripetiamo. Quanto al nuovo regionalismo che predilige, tutto concertazione tra esecutivi e conferenze, è palesemente a rischio di letture strumentali e in malam partem. Vediamo poi commenti per cui il premier Conte vorrebbe evitare scelte impopolari mettendole nelle mani dei governatori, già sicuri di aver guadagnato come categoria un Oscar alla carriera per l’emergenza sanitaria. La sintonia con la strategia Boccia è evidente. Ma l’istinto di sopravvivenza di Conte si traduce in una debolezza di tutte le istituzioni nazionali.

Sono in campo letture alternative dell’Italia che verrà. Le truppe sono schierate. Si coglie la vacuità e in qualche punto la pericolosità della proposta riformatrice in giallorosso, dal taglio del parlamento ai correttivi di là da venire. Mentre a destra avanza un progetto ben più concreto e condiviso di frammentazione in chiave di autonomia differenziata bilanciata dal presidenzialismo. Bisogna vigilare e resistere. Ogni passo ci allontanerebbe dalla Costituzione e dalla Repubblica una e indivisibile.

A tutta velocità verso l’autonomia differenziata.- di Massimo Villone

A tutta velocità verso l’autonomia differenziata.- di Massimo Villone

La recrudescenza Covid domina la politica e l’informazione, focalizzando l’attenzione sulle cifre della crisi sanitaria e sugli interventi per contenere il contagio. Finirà, speriamo presto. Ma intanto passano in secondo piano questioni urgenti, e destinate a produrre effetti duraturi. Fra queste, i temi delle riforme istituzionali.

Per una parte, e salvo pulsioni di presidenzialismo o di sindaco d’Italia, o di una ennesima “grande” riforma, si tratta di una strategia che non va oltre la riduzione del danno recato all’istituzione parlamento con il taglio, contempla interventi di scarsa efficacia, e sconta tempi non brevi. Solo un tema di peso è immediatamente in agenda, intrecciandosi con la gestione della crisi: l’autonomia differenziata, con la legge-quadro del ministro Boccia tra i collegati alla legge di bilancio, su un binario ad alta velocità.

L’Italia delle repubblichette è in marcia. La crisi Covid ha spostato l’asse politico-istituzionale del paese. Il feudalesimo dei partiti ridotti ad assemblaggi di potentati locali, da tempo in atto, è ora in piena vista. Ne sono riflessi la debole politica istituzionale di Palazzo Chigi, la pressione delle regioni del Nord – sostenuta da un forte schieramento di poteri economici e accademici – per un favor sulle risorse Ue, l’incapacità delle altre regioni di fare squadra e di reagire. Lo prova il 2 ottobre un saggio, in chiave antimeridionale, di Galli e Gottardo, dell’Osservatorio sui conti pubblici italiani: La mancata convergenza del Mezzogiorno: trasferimenti pubblici, investimenti e qualità delle istituzioni.

Il 30 settembre, in audizione nella Commissione bicamerale per le questioni regionali, il ministro Boccia richiama la sua legge-quadro già nota, solo cancellando il commissario ai Lep (livelli essenziali delle prestazioni). Non risponde alla censura sulla inidoneità tecnica della legge-quadro a vincolare e limitare intese approvate con la legge rinforzata di cui all’art. 116, comma 3, della Costituzione.

Scommette sui Lep, senza peraltro rilevare che nella sanità, dove già ci sono (Lea, livelli essenziali di assistenza), non hanno impedito che il servizio sanitario nazionale fosse ridotto a mera etichetta, con il fondamentalissimo diritto alla salute garantito in modo assolutamente diseguale. E senza considerare che i Lep non si opporrebbero di per sé alla regionalizzazione integrale di servizi e infrastrutture materiali e immateriali essenziali per l’unità del paese.

Lamenta la conflittualità tra s
tato e regioni, censurando l’eccessiva propensione dello stato a impugnative inammissibili o infondate (categorie invero non cumulabili), senza chiedersi se non ci sia piuttosto da riscrivere almeno in parte il Titolo V della Costituzione. Teorizza invece che dalla crisi è emerso un nuovo regionalismo, centrato sulle conferenze e sulla concertazione tra esecutivi, destinato a consolidarsi. Senza cogliere che il modello, scelto dal governo, ha prodotto e in prospettiva potrebbe solo accrescere l’emarginazione del parlamento, e male si inserisce nell’impianto costituzionale.

In tale contesto l’autonomia differenziata è utile e pronta all’uso. Non allontana l’Italia delle repubblichette l’audizione di Bonaccini – che riteniamo stia tuttora studiando come segretario Pd – il 6 ottobre nella stessa Commissione bicamerale. Sollecita fortemente una rapida intesa con Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, respinge qualunque ipotesi di ricentralizzare la sanità e ribadisce che l’autonomia differenziata emiliano-romagnola è cosa buona e giusta.

Ci permettiamo di dubitarne, confortati dal deputato Piastra (Lega) che lo ringrazia per “avere dimostrato la sua volontà politica di sostenere, in quanto presidente della Regione Emilia-Romagna, i governatori della Lega in questa battaglia importante per chiedere più poteri allo Stato centrale”. Inoltre, insiste ancora che l’Emilia-Romagna non chiede un euro in più. Dimenticando le prove – che Galli e Gottardo cercano invano di confutare – di una spesa pubblica sbilanciata a favore del Nord. Forse ritiene che bastino i Lep, su cui insiste molto.

Magari pensa che così la manciata di euro destinata per asili nido a Reggio Calabria si avvicinerà ai milioni assegnati a Reggio Emilia. Ma se la memoria non ci inganna, al momento gli asili nido non sono materia Lep. E allora lasciamo tutto com’è?

da “il Manifesto” del 15 ottobre 2020

Autonomia per pochi. L’azzardo di trasferire più poteri ai governatori.- di Gianfranco Viesti

Autonomia per pochi. L’azzardo di trasferire più poteri ai governatori.- di Gianfranco Viesti

Si torna a parlare di autonomia regionale differenziata; cioè delle richieste di alcune delle amministrazioni regionali di avere poteri più estesi, con le relative risorse finanziarie, rispetto alla situazione attuale. È bene ricordarlo: non di autonomia regionale; ma di autonomia regionale differenziata.

Nella discussione degli ultimi tempi sembrano mancare riflessioni, e proposte, su un fondamentale interrogativo: quali poteri e in quali materie sarebbe opportuno concedere a quali regioni?

La discussione su questo tema è resa difficile da due circostanze. In primo luogo, quelle che per prime e con maggiore enfasi hanno fatto richiesta di maggiori competenze, e continuano a chiederle (e cioè Veneto e Lombardia, e pur con alcune differenze, l’Emilia-Romagna) hanno proposto che fossero loro attribuiti maggiori poteri in tutti gli ambiti in cui ciò è teoricamente possibile in base all’articolo 116 della Costituzione, così come riformato nel 2001.

Le richieste coprono praticamente tutti gli ambiti dell’intervento pubblico, dalla scuola alla sanità, dalle infrastrutture all’energia, all’ambiente, alle politiche industriali e molto altro ancora. Hanno chiesto, cioè, con una scelta dall’evidente significato politico, il massimo possibile.

In secondo luogo, da parte di tutte le Amministrazioni Regionali (non solo delle tre citate) c’è un evidente, diffuso, favore, ad ottenere nuove competenze, con le relative risorse, perché ciò aumenta il loro potere di gestione e di intermediazione, il loro peso politico. Altre si sono infatti accodate alle prime.

Tuttavia, non si tratta di una richiesta di aumentare le competenze di tutte le regioni. Sarebbe del tutto lecita, naturalmente; ma dovrebbe seguire un iter giuridico e politico completamente diverso. E chissà quale sarebbe a riguardo l’opinione degli italiani; specie dopo che la crisi del coronavirus ha mostrato e sta mostrando l’importanza fondamentale di regole e indirizzi nazionali, validi per tutti, anche in ambiti già fortemente regionalizzati come quello sanitario. Ciascuna regione sta chiedendo di ricevere maggiori competenze per se stessa, indipendentemente dalle altre.

In base a quali valutazioni dovrebbe essere opportuno spostare quella specifica competenza dal livello nazionale a quella specifica regione? Perché, ad esempio, il Veneto (e non le altre regioni italiane) dovrebbe acquisire dallo Stato maggiori poteri (e risorse) in ambito infrastrutturale? Per quanto paradossale possa sembrare, negli articolati documenti che in particolare le tre citate Regioni hanno messo a punto a sostegno delle proprie richieste non c’è mai una risposta precisa a questa domanda.

Spesso ci si limita a sostenere che l’amministrazione regionale è più efficiente di quella nazionale oggi competente. Ma, a parte che si tratta di auto-valutazioni piuttosto discutibili, e quantomeno da sottoporre a verifica indipendente (ancor più dopo le vicende lombarde di quest’anno), non pare un criterio sufficiente.

Bisognerebbe dimostrare i vantaggi per i cittadini di questa nuova organizzazione. Ad esempio sarebbe meglio per studenti e famiglie che (come richiesto da Lombardia e Veneto) gli insegnanti delle scuole fossero selezionati su base regionale e non nazionale, e che fossero dipendenti dall’Assessorato e non dal Ministero? Ma questo non basta. Perché spostando una competenza dal governo centrale ad un governo regionale bisogna capire cosa potrebbe accadere a tutti gli altri cittadini italiani; questo, anche indipendentemente da qualsiasi considerazione di natura finanziaria.

La scuola italiana funzionerebbe meglio se gli insegnanti di alcune regioni fossero (come oggi) dipendenti del Ministero, e quindi ad esempio con la possibilità di spostarsi da un luogo all’altro, mentre in alcuni casi il loro status sarebbe diverso e la loro mobilità governata da regole specifiche, diverse da regione a regione? Che cosa succederebbe al sistema infrastrutturale nazionale, alle grandi reti, se alcune parti di esse finissero nelle potestà regionali, e fossero governate con regole diverse da caso a caso?

Si dice: nelle infinite richieste ve ne sono diverse che potrebbero comportare uno snellimento e una semplificazione delle procedure amministrative, a vantaggio dei cittadini e delle imprese. Come detto, la loro estensione è straordinariamente ampia: la legge approvata a riguardo dal Consiglio regionale del Veneto il 15.11.2017 consta di ben 66 articoli! È del tutto possibile che alcune delle richieste di carattere amministrativo possano essere opportune. Ma allora la domanda è: se spostare alle regioni il tale procedimento è chiaramente un bene, perché farlo solo per alcune e non per tutte?

Si ricade, insomma, ancora una volta sulla questione di fondo: non si sta discutendo di formulare nell’intero Paese il quadro dei livelli di governo, alla luce dell’esperienza dei venti anni dalla riforma del Titolo V della Costituzione. Come sarebbe opportuno. Ma a patto di prevedere un ampliamento dei poteri regionali in alcuni casi ed una loro riduzione in altri, e di sancire con chiarezza la necessità di regole e principi nazionali di fondo in tutti gli ambiti più importanti.

Si sta discutendo di autonomia regionale differenziata: più poteri e risorse in alcuni territori ma non in altri. È per questo motivo di fondo che questo processo appare potenzialmente pericoloso. Se si vuole migliorare il funzionamento dell’intero Paese, sarebbe ora di ripensare, come appena si diceva, all’equilibrio fra centro e regioni nel suo insieme, in tutti gli ambiti. E di avviare parallelamente quel cammino previsto dalla legge 42 sin dal 2009 di profondo ridisegno delle regole di allocazione a tutte le regioni delle risorse finanziarie correnti, per esercitare i loro poteri, e di risorse finanziarie aggiuntive (ad alcune) per colmare i propri deficit infrastrutturali.

C’è un drammatico bisogno di rendere l’Italia un Paese più giusto ed efficiente; ancora più alla luce della terribile pandemia e di ciò che potrà scaturirne. Per farlo bisogna tornare a discutere a fondo di politica; di regole e criteri generali. Non disegnare scorciatoie straordinarie per alcuni.

da “il Messaggero” del 10 settembre 2020

Le troppe, confuse voci di governo e governatori.-di Massimo Villone

Le troppe, confuse voci di governo e governatori.-di Massimo Villone

È mancato due volte, martedì, il numero legale alla Camera. Dato l’argomento in discussione – comunicazioni del ministro Speranza sul contenimento del virus – una vicenda non banale. Incidente di percorso, o fibrillazioni nella maggioranza? Vedremo. Il voto amministrativo e i ballottaggi hanno rinsaldato Palazzo Chigi. Paradossalmente, la recrudescenza della crisi Covid aiuta, distogliendo l’attenzione dall’emergenza economica e sociale, che invece è già ora, e sarà, il vero punto focale.

Le domande di fondo restano le stesse: quale progetto di paese? Chi decide, come e dove? Come si distribuiscono le risorse Ue? A Bari, alla Fiera del Levante, il premier Conte ha sottolineato l’attenzione per il Mezzogiorno, affermando che “l’Italia intera può recuperare la visione e lo status di potenza economica e industriale del passato se si riparte soprattutto dalle regioni del Sud”.

Ha esaltato le risorse Ue come “opportunità per ricucire il paese”. Per la sede, scontiamo un minimo di dolus bonus. Il 29 settembre a Roma, assemblea di Confindustria, Conte ha richiamato il Sud solo per difendere la fiscalità di vantaggio introdotta. Tuttavia il Nord “non potrà mai crescere in modo sostenuto se non crescerà insieme al Sud e al resto dell’Italia”.

A Roma e Bari si intravede la tesi – copyright Svimez e altri – che nel Sud va avviato il secondo motore del paese. Il 15 settembre il ministro Gualtieri, nelle commissioni riunite bilancio e finanze della Camera, ha implicitamente riconosciuto che le risorse Ue per l’Italia sono correlate al ritardo del Sud. Che dunque – aggiungiamo – ha particolare titolo a beneficiarne. Ma è un indirizzo che non troviamo scritto in chiaro nella Nota di aggiornamento al Def (Nadef) appena pubblicata.

Dunque, si cambia o no rotta rispetto alla strategia di staccare e far correre la locomotiva del Nord, come avrebbero voluto i fautori dell’autonomia differenziata separatista? Forse. In ogni caso, con due interrogativi.

Il primo è sulla coerenza e adeguatezza della strategia operativa. La raccolta indifferenziata di circa 600 progetti da parte di amministrazioni di ogni livello – ora a quanto pare ridotti a un centinaio dal comitato interministeriale (Ciae) – non favorisce chiare priorità e un’idea di paese. Il secondo viene dall’autonomia differenziata. Come interagisce con il piano di recupero e la destinazione delle risorse Ue?

Il 30 settembre nella Commissione per le questioni regionali il ministro Boccia insiste sui Lep, sulla legge-quadro da lui proposta, sulla concertazione tra esecutivi. E a quanto risulta la legge-quadro è inserita tra i collegati alla Nadef, su un binario parlamentare veloce. Gli aspiranti separatisti festeggiano (Corriere del Veneto Venezia-Mestre, 7 ottobre).

È una strategia di cui abbiamo già criticato la debolezza verso la bulimia competenziale del separatismo nordista. Che ne pensa il ministro Boccia del (fallito) tentativo targato Pd di devolvere al Veneto per via di emendamento i servizi ferroviari interregionali da Bologna al Brennero (Giornale di Vicenza, 7 ottobre)? Si spacchetta l’Italia un pezzetto alla volta? Né la legge quadro bloccherebbe la conflittuale cacofonia politica e istituzionale evidenziata dal Covid, e da ultimo ribadita da Zaia (Corriere della Sera, 7 ottobre). Né ancora favorirebbe strategie nazionali di “ricucitura del paese” in settori cruciali: sanità, scuola, infrastrutture, ambiente.

A Bari, alla Fiera, Emiliano ci informa che proprio sui Lep c’è stata una rottura Nord-Sud: “ … insieme ad altre regioni del Sud, abbiamo deciso di non partecipare al tavolo della Conferenza Stato-Regioni che sembrava aver definito, nell’esclusivo interesse del Nord, la questione dell’autonomia e, conseguentemente dei Lep”. Nel modello conferenze gli interessi dei più forti hanno storicamente prevalso, e possono sempre prevalere.

In ogni caso, vittima designata è il parlamento, in prospettiva ridotto a recettore di scelte fatte altrove. E preoccupa che Conte a Bari per i progetti e i fondi Ue annunci strutture ad hoc al fine di “monitorare efficacemente e di realizzare nei tempi certi i progetti programmati”. Sarebbe il caso che tra le tante semplificazioni il governo ne praticasse subito una, su se stesso. Magari parlando un medesimo linguaggio.

da “il Manifesto” dell’8 ottobre 2020