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Mezzogiorno. Il grande bluff del Pnrr sugli investimenti- di Luigi Pandolfi

Mezzogiorno. Il grande bluff del Pnrr sugli investimenti- di Luigi Pandolfi

Quanti sono i soldi che il Pnrr destina al Mezzogiorno? È uno dei tormentoni di questa caldissima estate. Ufficialmente dovrebbero essere il 40% del totale (82 miliardi), ma c’è chi sostiene che non arriveranno nemmeno al 10%. Eppure parliamo di numeri, dovrebbero essere certi. Ma, a quanto pare, non è proprio così. Gianfranco Viesti, ad esempio, spulciando tra gli interventi previsti dal Piano è giunto alla conclusione che i miliardi spesi al sud non saranno più di 22. Esagerazione? Beh, le risorse del Dispositivo di Ripresa e Resilienza non si tradurranno direttamente in investimenti pubblici (la quota dispersa in bonus, incentivi, mance alle imprese, è notevole).

E poi, c’è tutta la partita dei bandi. Anche per l’assegnazione dei fondi per investimenti varrà il criterio della concorrenza e della competizione. Tra nord e sud, tra le varie regioni. Il governo su questo punto ha provato a tranquillizzare, dicendo che anche per i bandi varrà la clausola del 40%. Nondimeno, anche se così fosse, l’incertezza legata ad una selezione pubblica non sarebbe eliminata. Insomma, chi pensa che il governo abbia deciso di fare investimenti pubblici al sud per un valore di oltre 80 miliardi è fuori strada. E c’è un paradosso. Per ogni miliardo speso al sud, poco meno della metà, comunque, rimbalzerà al nord, per l’acquisto di semilavorati, attrezzature, dispositivi vari.

Ma non è finita qui. Il Piano non finanzierà solo nuovi progetti. Per ogni missione, è previsto che con queste nuove risorse si andranno a finanziare anche «progetti già in essere», per i quali già esiste la copertura finanziaria. Parliamo di 53,1 miliardi su 191,5. Quanti sono i «progetti già in essere» nelle regioni del sud? Quali di questi erano già finanziati con risorse del Fondo per lo Sviluppo e la Coesione già spettanti al Mezzogiorno, in quanto «area sottoutilizzata»? Per non parlare del fatto che alcuni di questi elaborati, giacenti da anni in cassetti polverosi di regioni e ministeri, ormai non hanno nessuna aderenza con la realtà socio-economica dei territori cui afferiscono e rischiano di rivelarsi irrealizzabili.

La verità è che alla base del Pnrr c’è una filosofia ben precisa riguardo alla ripartenza del Paese dopo la pandemia, per quanto sbagliata: il differenziale di crescita con le economie più forti dell’Unione europea potrà essere colmato soltanto dando ossigeno e sciogliendo le briglie all’economia del nord.

Non è il momento di pensare (o ripensare) alla «questione meridionale». Quindi, da un lato soldi pubblici alle imprese e investimenti diretti in infrastrutture materiali e immateriali prevalentemente al nord, dall’altra riforme che «promuovano la concorrenza nel mercato dei servizi e dei prodotti» e «iniziative di modernizzazione del mercato del lavoro». Ora le chiamano «riforme di contesto».

Lo Stato che apparecchia la tavola alle imprese, investendo quasi tutte le fiches sulle virtù taumaturgiche del mercato, che, lasciato libero di operare, creerà le condizioni per il benessere di tutti. «Gli effetti della concorrenza sono idonei a favorire una più consistente eguaglianza sostanziale e una più solida coesione sociale», si legge nel Piano. Vecchio cavallo di battaglia dei liberisti. E a nulla vale la lezione della storia. L’importante è che l’equilibrio economico si realizzi sugli assi cartesiani. Coerenza liberista delle «riforme» e incoerenza degli interventi, insomma.

Un doppio problema: il sud abbandonato a se stesso e un modello di sviluppo neoliberista calibrato per il motore economico del Paese. Ma non ci guadagna né il sud né il nord. O meglio: non ci guadagnano i nuovi proletari italiani, da nord a sud. È un modello che accentua le disuguaglianze territoriali e non interviene sull’esplosione e sulla frantumazione delle disuguaglianze sociali prodotta dalla crisi e dal disfacimento del compromesso fordista.

Cosa servirebbe? Un’altra filosofia, un altro Piano. O, che sarebbe meglio, una nuova stagione di programmazione economica. Una strategia per coniugare crescita economica e riequilibrio territoriale, accumulazione del capitale e produttività da un lato e benessere diffuso e coesione sociale dall’altro. Si potrebbe fare, ma è una questione di rapporti di forza. Intanto, le piazze si riempiono solo per dire no al green pass.

da “il Manifesto” del 30 luglio 2021

Gelmini suona la carica. Ma c’è l’art.119 e il Pnrr.- di Massimo Villone Autonomie differenziate

Gelmini suona la carica. Ma c’è l’art.119 e il Pnrr.- di Massimo Villone Autonomie differenziate

La ministra Gelmini in audizione il 26 maggio presso la Commissione bicamerale per il federalismo fiscale ci informa che riparte il circo dell’autonomia differenziata, e che ha istituito a tal fine commissioni e gruppi di studio. Sarà riproposta con aggiustamenti la legge-quadro già messa in campo dal suo predecessore Boccia, si definiranno i livelli essenziali delle prestazioni e i fabbisogni standard in vista dell’attuazione del federalismo fiscale.

Il tutto con le opportune concertazioni per evitare dissensi e contrasti. L’accoglienza in Veneto è stata trionfale (Corriere del Veneto, 30 maggio, e Nuova Venezia, 31 maggio). Celebra la ripartenza anche Zaia sul Corriere della Sera di ieri, con accenti che potremmo persino definire in qualche punto minacciosi.

Abbiamo già ampiamente censurato la proposta Boccia di legge-quadro, oltre che più in generale il metodo seguito sul regionalismo differenziato. Non ci ripeteremo. Cogliamo invece una novità. Nell’audizione la sen. Ricciardi (M5S) chiede lumi sulla perequazione a livello comunale di cui all’art. 119 Cost. per i territori con minore capacità fiscale per abitante. Nell’art. 119 uno dei cardini è che l’ente locale disponga di risorse sufficienti al finanziamento integrale delle funzioni.

Ma nel 2015 la perequazione a livello comunale viene arbitrariamente limitata al 45.8%, come riferisce Marco Esposito nei suoi libri Zero al Sud e Fake Sud. La senatrice – alcuni parlamentari meritoriamente studiano – chiede come e quando si arriverà al 100%. La stupefacente risposta è: probabilmente mai, a causa del necessario rispetto degli equilibri di bilancio.

E il finanziamento integrale di cui all’art. 119? Ci chiediamo se la ministra Gelmini abbia letto il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), che dovrebbe essere voce primaria dell’indirizzo di governo. Sul punto parla di un processo in corso, senza porre tetti arbitrari all’attuazione. Conta, altresì, quel che dice per il federalismo fiscale a livello regionale. È “in corso di approfondimenti da parte del Tavolo tecnico istituito presso il Mef. Il processo sarà definito entro il primo quadrimestre dell’anno 2026”.

Ma allora di cosa parla la Gelmini? Come si può far ripartire il regionalismo differenziato, che impatta sulla distribuzione territoriale delle risorse, se il contesto di riferimento non sarà definito prima del 2026? E come – per ampliare il tema – inciderà la riforma fiscale, altro punto cruciale nel rapporto con la Ue? È ovvio che con essa potrà essere modificata la riferibilità ai territori dei proventi tributari, con ricadute a cascata sull’assegnazione delle risorse. Un momento meno opportuno per rilanciare il regionalismo differenziato non potrebbe davvero esserci.

La domanda è: qual è l’indirizzo di governo sul regionalismo differenziato e il suo rapporto con il Pnrr? Lo vogliamo segnalare a Letta, che nel suo libro Anima e cacciavite sottolinea il fallimento della tesi della locomotiva del Nord, cara agli economisti contigui ai circoli economici e finanziari: “non sto dicendo che la locomotiva deve essere depotenziata, rallentata, per ragioni di uguaglianza. Sto dicendo che la priorità è rendere forti prima di tutto i vagoni, altrimenti è tutto il treno che deraglia”. Sembra di leggere un testo Svimez – per l’occasione declassata dalla stampa veneta prima citata a “ufficio studi” – sul Sud come secondo motore del paese in una prospettiva euromediterranea, per il rilancio dell’Italia tutta. Ma il segretario ha un problema in casa, di nome Bonaccini.

Un consiglio a Letta, pur non richiesto. Non sprechi energie su temi di poco o nessun rendimento reale, come i regolamenti parlamentari anti-voltagabbana, o la sfiducia costruttiva. Si concentri sull’essenziale: un buon sistema elettorale proporzionale, una solida legge sui partiti politici, e magari una clausola di supremazia statale, che copra anche il regionalismo differenziato, nel Titolo V della Costituzione.

Invece, investa sul Mezzogiorno. Là si vincerà o si perderà il confronto con la destra, presto o tardi che venga. Lanciare oggi un progetto forte e chiaro, impostato sul rilancio produttivo, sulla seconda locomotiva per il paese e sull’eguaglianza dei diritti potrà far uscire il Pd e il centrosinistra dalla stagnazione dei consensi in cui vivacchiano. Diversamente, la traversata nel deserto sarà lunga, e nessuno starà sereno.

da “il Manifesto” del 3 giugno 2021

La politica non parla più di Napoli e del Sud.-di Massimo Villone

La politica non parla più di Napoli e del Sud.-di Massimo Villone

Sappiamo da sempre che il voto amministrativo nelle grandi città ha un rilievo politico. Così sarà anche questa volta, e forse persino in misura del tutto particolare. Lo apprendiamo da Letta, che nella direzione Pd di venerdì scorso ha delineato un cambio di strategia nazionale che trova diretta origine in quel che accade sul fronte locale.

Nell’assemblea della sua investitura aveva sostanzialmente annunciato la stagione di un nuovo Ulivo, con alleanze strategiche pre-elettorali supportate da un sistema elettorale maggioritario. Era un disegno ambizioso di ritorno al bipolarismo. Si è infranto, al momento, sulla difficoltà di allearsi nel voto amministrativo. Se si va in battaglia frontale oggi, è davvero difficile pensare domani in vista del voto politico a una alleanza strategica e strutturata. Si ritorna allora a un modello multipolare, in cui con un sistema elettorale proporzionale ognuno corre per sé. Le alleanze per il governo si costruiscono dopo il voto, in parlamento.

Letta aveva sottovalutato le convulsioni che attanagliano M5S, in parte originate proprio nella politica regionale e locale. Accade anche a Napoli. Colpisce, però, che nessuno parli di questioni di merito, di progetto, di futuro della città. Invece, è colluttazione permanente su alleanze e persone. Sappiamo di Catello Maresca, candidato tuttora non-candidato che però è già di fatto in campagna elettorale, e ha dato luogo a perplessità per la funzione ricoperta. Sappiamo dei tormenti di Fico che M5S – ma non tutto – vorrebbe candidato. Sappiamo di Manfredi, della sua attesa per alcune telefonate cruciali, e di condizioni da lui poste. Sappiamo che Amendola è in ribasso.

Sappiamo delle 24 liste che il segretario Pd Sarracino mette intorno a un tavolo, e speriamo che almeno lo faccia da remoto. Sappiamo di Bassolino, candidato e da tempo in campo. Sappiamo di una fine che potremmo definire ingloriosa della sindacatura de Magistris, e della debole candidatura della Clemente. Sappiamo di un consiglio comunale ormai moribondo, che non ha nemmeno la forza di esalare l’ultimo respiro. E potremmo continuare.

Al di fuori delle candidature, l’attenzione della politica sembra concentrarsi sui vaccini, sui ricoverati, sui defunti, da un lato, e sulle riaperture più o meno progressive e auspicate dall’altro. Eppure, qui e ora ci giochiamo una parte importante del futuro. Consegnato a Bruxelles il testo definitivo del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), avremmo ritenuto indispensabile e urgente che i soggetti politici e le assemblee elettive avviassero un approfondimento dei contenuti e delle conseguenti iniziative.

Per quel che sappiamo, almeno per il momento non accade. Eppure, da discutere c’è, e molto. Per una parte, il Piano dipenderà da come verrà concretamente attuato, e su questo si potrà cercare di incidere. In qualche caso già le cifre sono significative. Ad esempio, se si guarda agli stanziamenti per l’Alta velocità sbandierati come cruciali per il Mezzogiorno, si nota che la gran parte delle risorse nei primi anni è destinata al Nord. Per il Sud – sull’asse Salerno-Reggio Calabria – vanno fondi in prevalenza dopo la chiusura del 2026.

Questo significa che i fondi al Nord sono garantiti dalle strette condizionalità poste dall’Europa. Quelli al Sud rimangono affidati alla volatilità della politica nazionale del dopo Piano. Tutto dipenderà da quale paese avremo nel 2026. Quale destino si prefigura per Napoli? La risposta non è certo un carcere a Bagnoli. Né basta colluttare sul debito pregresso. Ad esempio, cosa fare di Napoli Est? Su queste pagine il presidente dell’Unione industriali vede l’area come centrale nella transizione energetica, in cui la Campania ha un ruolo primario per eolico, idrogeno e mare.

È una prospettiva non banale. Cosa ne pensa la politica? E cosa pensa di quel che il Piano dice sui porti e retroporti nel Mezzogiorno? Basta a configurare un sistema Sud proiettato come piattaforma logistica nel Mediterraneo per tutto il paese? In caso contrario, si può recuperare tale vocazione? E come?

Il rilancio del Mezzogiorno come sistema produttivo alla pari con il resto del paese è un obiettivo da non perdere mai di vista. Il Sud non può vivere solo di turismo e cultura. E ancor meno sopravvivere solo con il reddito di cittadinanza. Vediamo in campo molte meritorie iniziative di approfondimento da parte di associazioni, studiosi, esperti. Ma non bastano. Sono indispensabili le voci della politica e delle istituzioni. Sempre che abbiano voglia di ritrovare il ruolo che ogni giorno di più sembrano dimenticare.

da “la Repubblica Napoli” 16 maggio 2021
Foto di pixel1 da Pixabay

Stato-regioni, la “leale collaborazione” non basta.-di Massimo Villone

Stato-regioni, la “leale collaborazione” non basta.-di Massimo Villone

Nella relazione sull’attività della corte costituzionale svolta dal presidente Coraggio viene segnalato ancora una volta il pesante contenzioso tra stato e regioni, e si richiama in particolare la pandemia, per quello che lo stato avrebbe potuto e dovuto fare, e non ha fatto. Citando la recente sentenza 37/2021, Coraggio ricorda che la competenza esclusiva della stato in materia di profilassi internazionale «avrebbe dovuto garantire quella unitarietà di azione e di disciplina che la dimensione nazionale delle emergenze imponeva e tuttora impone». Un obiettivo – si deve intendere – fallito.

Non si può che essere d’accordo, come abbiamo più volte scritto su queste pagine. Ma qui le considerazioni da fare sono almeno tre. La prima, che possono aversi emergenze a dimensione nazionale non riferibili alla profilassi internazionale, come ad esempio un terremoto di gravissima entità; la seconda, che esistono questioni che hanno una dimensione nazionale non qualificabili come emergenze in senso stretto, come il divario Nord-Sud; la terza, che la dimensione nazionale trova nel titolo V della Costituzione un proprio autonomo strumento attuativo solo in misura parziale.

Nel Titolo V la dimensione nazionale non è fortemente presidiata, e in specie non è assistita da una posizione di supremazia. Un implicito riconoscimento si può trovare nell’art. 120 della Costituzione, che assegna allo stato un potere sostitutivo nei confronti di regioni ed enti locali per la tutela di una dimensione nazionale. Un siffatto potere non può non presupporre una supremazia. Ma può essere esercitato solo ex post, per correggere una violazione già avvenuta. Non a caso, la stessa Corte ha ampiamente elaborato il principio di leale collaborazione, che il presidente Coraggio richiama. Il punto è che esso trova il suo ultimo e fisiologico esito nell’intesa, e concettualmente nega qualsiasi supremazia nel rapporto cui si applica.

Ne vengono due possibili alternative. La prima: si introduce una clausola di supremazia esplicita nell’art. 117 della Costituzione, in specie applicabile anche all’art. 116, comma 3, sull’autonomia differenziata (come ho suggerito in una audizione parlamentare sui disegni di legge in discussione). Il secondo: la corte muta parzialmente rotta nella lettura del rapporto stato-regioni, assumendo che un principio di supremazia sia in ogni caso desumibile dal sistema costituzionale nel suo complesso, a partire dall’unità e indivisibilità della Repubblica e dalla tendenziale necessaria uguaglianza nei diritti fondamentali.

E nemmeno basterebbe. Infatti, un potere viene esercitato solo se il titolare così decide. Diversamente, rimane sulla carta. È esattamente quello che è accaduto per l’art. 120 nel caso della pandemia. Alla fine, tutto dipende dal decisore politico, e dalla volontà normativa che esso esprime. La corte, che lascia molto spazio alla discrezionalità legislativa, se ne è resa ben conto quando ha messo in campo la «incostituzionalità prospettata», richiamata dal presidente Coraggio, in specie per il caso Cappato e la diffamazione a mezzo stampa.

Ma allora come poter essere certi, quando sono in gioco i diritti di minoranze, che i giudici siano «garanti di una democrazia veramente inclusiva» come il presidente sottolinea? Anche qui due strade. La prima: la Corte riduce la discrezionalità riconosciuta al legislatore, definendo più ampiamente e in dettaglio il nucleo incomprimibile dei diritti. La seconda: si garantisce con la legge elettorale un parlamento ampiamente rappresentativo scelto da elettrici ed elettori, e senza distorsioni di tipo maggioritario in chiave di supposta governabilità. E sarà quella la sede primaria della «democrazia inclusiva».

Nel sistema istituzionale tutto si tiene. Nel confronto in atto i segnali non sono buoni, e non basta certo una relazione del presidente della corte a riportarlo sui binari giusti. La battaglia è – e rimane – politica.

da “il Manifesto” del 15 maggio 2021

Il famigerato Ponte della retrocessione ecologica. -di Tonino Perna

Il famigerato Ponte della retrocessione ecologica. -di Tonino Perna

Ancora una volta, per l’ennesima volta, si ritorna a parlare del Ponte sullo Stretto di Messina, dopo l’approvazione di un progetto, uscito dal cilindro della commissione istituita ad hoc dal governo Conte-bis. Si tratta di un’ossessione, di un accanimento terapeutico, nei confronti di un territorio fragile che nel corso del tempo, dalla Magna Grecia ad oggi, ha dovuto subire più di venti terremoti devastanti, fenomeni di bradisismo (così si è inabissato a metà del XVI secolo il porto naturale di Reggio), smottamenti e frane delle colline di sabbia che si affacciano su uno degli spettacoli naturali più affascinanti del pianeta.

Dalla Lega a Forza Italia, da Fratelli d’Italia al Pd (soprattutto i deputati calabresi e siciliani) tutti uniti a chiedere che si proceda con il progetto esecutivo e poi si appalti questa “grande” opera.

Sulla stampa locale si leggono dichiarazioni fantasmagoriche: «la più grande attrazione del mondo»…«milioni di turisti …», «180mila nuovi posti di lavoro…». Persino il presidente della Svimez, stimato e rispettabile economista mainstream, si è innamorato di questa idea, senza tenere conto di studi indipendenti sulla fattibilità.

Basti solo pensare al distacco di un centimetro ogni cinque anni delle due sponde(rilevato dai satelliti), oltre alla grande faglia tettonica che attraversa lo Stretto e potrebbe risvegliarsi (gli scongiuri non bastano! ). Ma, quello che più preoccupa, è l’aver messo da parte, ignorato, cancellato, qualunque discorso sull’impatto ambientale, mentre tutti straparlano di “transizione ecologica”.

Chi è in buona fede non conosce il territorio, non sa che la ferrovia a Messina per essere collegata al Ponte dovrebbe attraversare la città per venti chilometri e essere portata a novanta metri di altezza. Ugualmente sulla costa calabrese bisognerebbe partire da Gioia Tauro per rifare un tratto ferroviario nuovo, bucando montagne e colline della costa viola, tra Bagnara e Cannitello, passando da Scilla, un luogo incantevole già penalizzato da colate di cemento.

C’è in tutto questo anche la responsabilità della grande stampa che da decenni mostra un fotomontaggio del Ponte come una protesi che unisce le due sponde, neanche fosse una frattura scomposta che va operata. Non fa vedere gli ottovolanti, le enormi rampe di cemento armato, lo sconquasso del territorio per arrivare al Ponte. Vista dal Nord, questa immagine leggera e armoniosa, come si fa ad essere contro?

Se ci fosse un ministro dell’Ambiente si sarebbe strappato le vesti di fronte a questa folle corsa a buttare risorse pubbliche, come è già avvenuto in questi decenni dove la Società per il Ponte sullo Stretto è stata lautamente finanziata per un opera tecnicamente improbabile, se non impossibile, e disastrosa sul piano ambientale.

Lo stesso ipotetico ministro per l’Ambiente avrebbe avuto qualcosa da dire anche per l’Alta Velocità ferroviaria tra Salerno e Reggio Calabria, mentre tutte le tratte interne, in tutto il Mezzogiorno, sono senza collegamenti o addirittura vanno a gasolio: il 100% in Sardegna, il 77% in Molise, il 43 per cento in Calabria, il 42% in Sicilia, il 40% in Basilicata, ecc.

Ed anche nel resto del nostro paese dalla Valle d’Aosta al Veneto, dalla Toscana al Friuli Venezia Giulia, pur se con minori percentuali. Insomma, se ci fosse un governo che prendesse sul serio la “transizione ecologica”, sui trasporti ci sarebbe un gran bel lavoro da fare, sia sul piano ambientale (nei prossimi anni i treni che usano l’idrogeno saranno una realtà e non eccezione), sia su quello sociale, unendo territori oggi abbandonati, favorendo le economie locali, le relazioni umane e la vivibilità di una parte importante del nostro paese oggi emarginata.

Aspettando che arrivi un vero ministro per l’Ambiente, diciamo chiaro e forte: NO Ponte.
Questa classe politica è vecchia, priva di fantasia, incapace a prendere coscienza della gravità del disastro ambientale che questo capitalismo di rapina ci ha regalato.

da “il Manifesto” del 4 maggio 2021

DEF 2021: è stata prevista l’Autonomia Differenziata! Comunicato stampa. Il governo Draghi con il Documento di Economia e Finanza 2021 ha confermato, tra i disegni di legge collegati alla legge di Bilancio 2022-2024, il DDL “Disposizioni per l’attuazione dell’autonomia differenziata di cui all’art.116, 3° comma, Cost.”.

DEF 2021: è stata prevista l’Autonomia Differenziata! Comunicato stampa. Il governo Draghi con il Documento di Economia e Finanza 2021 ha confermato, tra i disegni di legge collegati alla legge di Bilancio 2022-2024, il DDL “Disposizioni per l’attuazione dell’autonomia differenziata di cui all’art.116, 3° comma, Cost.”.

Il governo Draghi con il Documento di Economia e Finanza 2021 ha confermato, tra i disegni di legge collegati alla legge di Bilancio 2022-2024, il DDL “Disposizioni per l’attuazione dell’autonomia differenziata di cui all’art.116, 3° comma, Cost.”.

Ha, cioè, riproposto al Parlamento – e Camera e Senato hanno accettato, ratificando il DEF 2021 lo scorso 22 aprile (ed è la terza volta consecutiva!) – di riservare un iter legislativo privilegiato ad una proposta di legge che ratifichi l’autonomia differenziata delle regioni a statuto ordinario, con il rischio aggiuntivo che, qualora intervenisse – modificandoli – sui capitoli di bilancio 2022-2024, essa potrebbe essere sottratta a qualsiasi richiesta di referendum abrogativo.

Tale fatto politico non può essere considerato né una pura distrazione né una mera concessione alla Lega ed ai sostenitori dell’autonomia differenziata per tenere unita la maggioranza.

Si tratta di una provocazione irresponsabile.

Non si può riaprire la strada politico legislativa, seppure nel prossimo futuro, a velleitarie prassi secessioniste e autarchiche, mentre la epidemia pandemica Covid-19 sta imperversando ancora sul popolo italiano in tutte le regioni del Nord, del Centro e del Sud e continuano a realizzarsi diseguaglianze nell’accesso ai vaccini tra i cittadini e le cittadine delle diverse regioni.

Non sono bastate tutte le pessime prove che le amministrazioni regionali hanno fornito nella pretesa di definire autonomamente (e velleitariamente) norme e regole in ambito di sanità, scuola, trasporti, beni culturali?

Non sono bastati i morti e gli effetti disastrosi sull’economia sulla convivenza civile e sociale, in particolare per le fasce deboli e non protette della società, in cui le epidemie producono i loro effetti più gravi?

Purtroppo, anche il governo Draghi (in continuità con il Conte bis e quindi ancor più colpevolmente) non ha voluto ricorrere:

– all’art. 120 della Cost. comma 2°: “Il Governo può sostituirsi a organi delle Regioni, delle Città metropolitane, delle Province e dei Comuni (omissis) quando lo richiedono la tutela dell’unità giuridica o dell’unità economica e in particolare la tutela dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali, prescindendo dai confini territoriali dei governi locali”,

– all’art. 117 comma 2 lettera q, che prevede la profilassi internazionale tra le materie di competenza legislativa esclusiva dello Stato, richiamata dalla Corte Costituzionale con comunicato del Comunicato del 24 febbraio 2021.

– all’art. 6 della Legge 833/78, che recita: “Sono di competenza dello Stato le funzioni amministrative concernenti: (omissis) b) la profilassi delle malattie infettive e diffusive, per le quali siano imposte la vaccinazione obbligatoria o misure quarantenarie, nonché gli interventi contro le epidemie e le epizoozie”.

Ci rifiutiamo di credere che il Parlamento voglia assumersi la responsabilità storica di aggravare disastri già provocati dalla prima regionalizzazione attuata in applicazione della riforma del Titolo V della Costituzione del 2001.

Proprio ciò che è successo e sta succedendo in conseguenza di quella riforma, compresi gli scontri tra Stato e regioni, dimostra che un solo passo in più sulla strada dell’autonomia regionale aprirebbe scenari inquietanti di vera frantumazione della Repubblica, di balcanizzazione del Paese.

Ciò di cui ha bisogno il Paese è di fermarsi, non di procedere ulteriormente nella divisione.

Da parte nostra, non staremo a guardare e ci mobiliteremo, anche con petizioni popolari, per fermare questo scempio.

Non lasceremo le proteste di piazza alle destre.

Già abbiamo iniziato: dal il prossimo 25 Aprile si aprirà in Emilia-Romagna la raccolta di firme per una petizione per il ritiro della richiesta di autonomia differenziata avanzata nel 2018 dalla regione Emilia-Romagna.

Perseguiremo lo stesso obbiettivo in tutte le regioni a statuto ordinario.

Lo faremo nel nome della Resistenza, nel nome della Costituzione, nell’interesse del mondo del lavoro e delle componenti fragili della società; ci batteremo perché la Repubblica rimanga una e indivisibile, per garantire uguaglianza dei diritti e ottemperanza ai doveri, contro vecchie e nuove diseguaglianze.

Lo faremo con quanti – cittadine e cittadini, associazioni, sindacati, partiti, personalità, organi di stampa e mass media – condividono le ragioni di questa lotta e l’impegno per tenere unito il Paese.

Il Parlamento e le Regioni abbandonino una volta per tutte e per sempre ogni tentazione di autonomia regionale differenziata!

***comitato stampa contro qualunque autonomia differenziata, per l’unità della Repubblica e l’uguaglianza dei diritti

Draghi ingegnere del sistema e non un pilota automatico.-di Alfonso Gianni

Draghi ingegnere del sistema e non un pilota automatico.-di Alfonso Gianni

Tutto si può dire del governo Draghi, se si farà, tranne che si tratti di un governo tecnico. I precedenti, nati sotto quella definizione, Ciampi, Dini, Monti sono tra i governi che hanno più inciso nella vita materiale del paese – vedi per esempio le pensioni – e quindi hanno fatto politica, nel senso più pregnante del termine. Nello stesso tempo troppo diverse sono le condizioni oggettive e soggettive per poter fare paragoni stringenti con quelle situazioni. Con Draghi abbiamo una compenetrazione tra governance europea e governo nazionale.

È persino riduttivo dire che per l’ignavia delle classi dirigenti politiche ed economiche del nostro paese ci tocca il «pilota automatico», un commissario tecnocrate. Qui abbiamo l’ingegnere costruttore, non solo il suo robot. Mario Draghi ha interpretato diverse fasi della costruzione dell’Europa, qualunque fosse il suo ruolo pubblico o privato. Almeno quattro e tutte decisive, di cui è possibile seguire una successione cronologica, salvo parziali sovrapposizioni temporali.

L’epoca delle grandi privatizzazioni, quelle decise a bordo del Britannia, per cui il nostro paese divenne il secondo dopo l’Inghilterra thatcheriana per volume nel valore delle dismissioni dei beni dello Stato, accompagnate dal fanatismo rigorista che finirà per partorire l’assurdo Fiscal compact e l’accanimento brutale nei confronti della Grecia. La famigerata lettera assieme a Trichet al governo italiano del 5 agosto del 2011 che tracciò un percorso di lacrime e sangue puntualmente eseguito dai governi che seguirono. Il lancio, seppure tardivo rispetto ad altre parti del mondo, della politica monetaria espansiva, con il Quantitative Easing.

Per arrivare all’intervento sul Financial Times del 25 marzo dello scorso anno, nel quale il debito (quello «buono», non per fini assistenzialistici o per tenere in vita imprese zombie, preciserà altrove) smetteva di essere un tabù e allo stesso tempo si denunciavano i limiti di una politica monetaria espansiva non accompagnata da modifiche strutturali.

Svolgendo la pellicola si ha la visione precisa del costruirsi di una politica, quella del tempo della lotta di classe dopo la lotta di classe – avrebbe detto Luciano Gallino – agìta dal punto di vista dei vincitori. Con Draghi quindi non assistiamo alla morte di tutte le politiche. Ma al funerale di quella di cui sopravviveva solo un ingannevole crisalide, una volta che la rappresentanza politica di una delle parti del conflitto sociale era stata – e si era – cancellata.

Le modalità di formazione del nuovo governo presentano non poche anomalie, anche sotto il profilo costituzionale. Lo si può anche definire un governo del Presidente nei limiti in cui questa definizione ha senso in un sistema che ancora mantiene la forma del governo parlamentare.

Senza indulgere a disutili dietrologie, l’insolito attivismo del Capo dello Stato ne ha certamente determinato l’atto di nascita, nel vuoto umiliante di iniziativa delle forze politico-parlamentari, in una situazione che tutti a parole hanno dipinto tanto drammatica da assimilarla a quelle postbelliche. Se si guarda dal buco della serratura dell’oscillazione dello spread non si sono verificati crolli drammatici come nel passato.

Ma questo dimostra solo la compenetrazione della nostra economia nel quadro internazionale e le attese legate all’innovativo intervento europeo. Ma non risolve il problema della diminuzione dell’occupazione, con giovani e donne le prime vittime, o lo sprofondare del nostro mezzogiorno. I ritardi del Recovery Plan non sono temporali, quanto culturali.

Una classe dirigente cresciuta nel mito dell’austerità e del rigore, naturalmente applicati non a sé (si pensi all’isterica reazione a fronte di una timida proposta di patrimoniale) ma ai più deboli, ovvero alla stragrande maggioranza della popolazione, con difficoltà può essere rieducata alla capacità di spesa. Chi ha negato in ragione di principio la possibilità dell’intervento pubblico diretto a impostare un nuovo tipo di sviluppo economico, trova incompatibile l’idea stessa di programmazione. Le questioni che ha davanti Draghi sono queste, assai più gravi del nome dei ministri, della loro estrazione, se dal mondo delle competenze o da quello di una esangue nomenclatura partitica.

Il tentativo della destra nostrana di riaccreditarsi, anche a livello europeo, dimostrandosi disponibile e vogliosa di partecipare in prima persona nel nuovo governo va respinta non inFoto di Harri Vick da Pixabay nome del perimetro «Ursula», ma sulla base di scelte di programma e di senso del bene pubblico. Su questo fronte era lecito attendersi un atteggiamento più prudente da parte dei vertici sindacali, i quali hanno subito espresso un inusitato endorsement per Draghi, prima ancora dell’incontro promesso.

Tanto più che l’intesa raggiunta sul contratto dei metalmeccanici, che dovrà essere validata dai lavoratori, dimostra che si poteva produrre una breccia nel muro confindustriale, riaprendo uno spazio sociale e democratico che è l’unico modo per influire anche sulle scelte del governo che verrà.

da “il Manifesto” del 7 febbraio 2021
Foto di Harri Vick da Pixabay

Dalla politica all’economia come scienza esatta.-di Tonino Perna

Dalla politica all’economia come scienza esatta.-di Tonino Perna

Non ci è bastato il governo Monti. In ogni fase difficile sembra che in questo paese si possa venirne fuori solo con tecnici prestigiosi, perché i politici sono parolai incapaci. L’idea che passa è che la buona politica coincida con una buona tecnica. La politica non è più l’arte del possibile, secondo una antica definizione, ma un mestiere come quello dell’ingegnere informatico o del dentista. Dietro questo pensiero, sempre più diffuso, c’è l’ideologia della scienza economica come scienza esatta, come la scienza che trova la soluzione migliore per collocare risorse scarse. Per questo sono gli economisti i tecnici più idonei a guidare un paese durante una crisi economica pesante come quella che stiamo attraversando (e non abbiamo visto ancora niente), così come sono i generali a guidare un paese in guerra. Questa è l’ideologia prevalente e, finora, vincente.

E cosa farà il premier Draghi, sempre che riesca a formare un governo stabile, quando si troverà di fronte a scelte difficili? Per esempio: continuerà a bloccare i licenziamenti, come ha fatto finora Conte, o li permetterà indiscriminatamente come vorrebbe Confindustria? E il reddito di cittadinanza, così odiato dalla gran parte delle forze politiche, ma sostenuto strenuamente dal M5S, che fine farà? E rispetto alle diseguaglianze sociali crescenti, rispetto ad un debito pubblico che è arrivato al 160% del Pil quale formula di politica economica potrà adottare per non farlo pagare ai ceti popolari e medi? E la famosa svolta green sarà ancora una volta una riverniciata o una vera conversione ecologica che mette in discussione questo modello di accumulazione capitalistica?

Molte di queste domande contengono le risposte che conosciamo. Purtroppo, quella che si preannuncia è una svolta di segno autoritario per spegnere il fuoco sotto la cenere: la rabbia sociale non avendo più una mediazione partitica esploderà e verrà repressa duramente in nome della salvezza dell’Italia dal caos. In nome della stabilità e della governance dopo aver perso l’articolo 18 i lavoratori dovranno rinunciare ad altri diritti, sempre in nome della salvezza della nazione.

Certo Draghi è molto stimato a Bruxelles e negli ambienti della finanza. Gli va riconosciuto il merito di aver salvato l’Euro e sicuramente il nostro paese dalla speculazione finanziaria sui nostri titoli di Stato. Ci potete scommettere che il giorno che lui dovesse diventare premier la Borsa di Milano, e non solo, avrà un sussulto di gioia, come già i primi segnali dicono. Ci potete anche scommettere che le istanze dei sindacati saranno ascoltate e poi probabilmente bypassate.

Da Bruxelles arriverà il mitico flusso di denaro che momentaneamente potrà dare una boccata di ossigeno. Ma tutte le contraddizioni sociali, territoriali, e istituzionali (rapporto Stato-Regioni) che la pandemia ha fatto esplodere non si risolvono con un semplice aumento del Pil, sia pure rilevante. Dovranno essere prese delle decisioni «politiche», che avvantaggeranno territori e classi sociali diverse, che rafforzeranno il settore pubblico o continueranno a perseguire quei processi di privatizzazione che ci hanno portato tanti danni.

È quasi un anno che serpeggiava il nome del Prof. Draghi, corteggiato dai poteri della finanza e dell’industria, e alla fine è arrivato sulla scena della politica italiana ridotta a tecnica della gestione dell’esistente. Una politica «dragata» potrà avere inizialmente una fase euforica per poi farci cadere nella depressione come fanno tutte le droghe. Con tutti i rischi che conosciamo forse andare a votare sarebbe stato democraticamente più giusto che affidarci all’ennesimo Uomo della Provvidenza.

Vogliamo concludere con una nota di ottimismo: l’essere stato allievo dell’indimenticabile Federico Caffè e avere fatto la specializzazione al Mit con Modigliani, vale a dire con due prestigiosi keynesiani, può aver lasciato una traccia nell’approccio di Mario Draghi alla politica economica. Lo vedremo dal programma e dai fatti.

PS. Ritorna di grande attualità «Per la critica dell’economia politica».

da “il Manifesto” del 5 febbraio 2021

Come Craxi, Renzi punta a diventare ago della bilancia di qualsiasi governo.- di Piero Bevilacqua

Come Craxi, Renzi punta a diventare ago della bilancia di qualsiasi governo.- di Piero Bevilacqua

Ha centrato il cuore del problema Maurizio Landini, intervenendo al Congresso di Sinistra Italiana. Sbarazzando il campo dalle fantasticherie giornalistiche sulla diversità dei caratteri fra Conte e Renzi, e da altre amenità di pari consistenza, che sarebbero alla base dello scontro in atto, ha sottolineato che il conflitto nasce da due progetti contrapposti di gestione della crisi pandemica e delle risorse del Recovery Fund. Punto. Landini non si è poi soffermato molto sul tema, anche se ha ricordato che in Europa siamo il paese che ha più a lungo protetto i lavoratori dai licenziamenti.

Un provvedimento che fa tanto innervosire Matteo Renzi, il quale, com’è noto, e come bisognerebbe ricordare a politici e giornalisti senza memoria, brucia di così tanto amore per le condizioni della classe operaia da aver abolito l’articolo 18 e imposto la precarietà e il caporalato di Stato attraverso il Jobs Act.

E oggi il nostro stratega – lo racconta bene Roberta Covelli in La scelta di Renzi: cacciare Conte e portare avanti il programma di Confindustria in Fanpage.it – presso la corte di uno sceicco assassino, dove va a raccattare danaro, si dichiara «molto invidioso» dei salari di fame che gli imprenditori sauditi possono permettersi a Riad. Sulla cui condotta criminale il manifesto ha più volte richiamato l’attenzione (si veda da ultimo, Francesco Strazzari, Il primo, tardivo, segnale di politica pacifista).

Ma che Renzi sia uno dei più temibili uomini di destra della scena italiana è il segreto di pulcinella per i gonzi, e per la vasta fauna di scrittori e cianciatori nulla sapienti, che affollano la scena pubblica italiana. È tra i più diabolici per la sua straordinaria capacità di travestimento, in grado di ingannare anche i suoi sodali, di muoversi alla spalle del proprio schieramento, di tramortire l’opinione pubblica con accorate finzioni, di fare patti sotterranei col nemico.

Basterebbe l’elenco delle sue scelte di governo: dal Jobs act, alla Buona scuola, all’esenzione dall’Imu sulla prima casa, alla lotta contro il reddito di cittadinanza, alla critica contro le iniziative di sostegno sociale dell’attuale governo, ecc. Ma basta questo per spiegare la sua caparbia avversione al governo Conte? È solo una prima ragione.

Perché questo governo, lo si voglia o no, per quanto era nelle sue possibilità, ha puntato a proteggere la vita dei cittadini, contro la volontà di Confindustria (e di Renzi) di continuare le attività produttive nonostante il virus (qualcuno ricorda quanto accadeva nelle fabbriche lombarde, nella scorsa primavera?). E ha cercato di attenuare il peso della paralisi economica sulla condizione dei ceti più deboli, con un minimo di distribuzione monetaria.

Ma io credo che Renzi sia animato da un doppio progetto politico, uno immediato e un altro di prospettiva. L’uomo, in realtà non ha alcuna fede, se non in sé stesso, e appoggia i gruppi dominanti per ambizione, per averne in cambio sostegno di potere e danaro. Danaro non per avidità personale, ma per costruire le proprie fortune politiche. Perché primeggiare nel comando è il rovello che non lo fa dormire la notte.

Ebbene, agli occhi di Renzi Giuseppe Conte ha non solo il torto di non avviare subito la vecchia politica di opere pubbliche – oggi in contrasto con lo spirito del piano Next generation – di riaprire i cantieri, vale a dire riprendere il progetto del Tav in Val di Susa, il Ponte sullo stretto, tornare a saccheggiare il nostro territorio, facendo ripartire le grandi opere, magari senza appalti e senza tanti vincoli. Non è solo questo.

Conte ha il torto di tenere insieme due forze diversissime, per anni in reciproco conflitto, facendole cooperare all’interno di uno degli esecutivi di maggior successo in Europa. Chi sostiene il contrario, ricordando il numero dei morti da Covid in Italia, dimentica che la pandemia in Europa è iniziata in casa nostra, quando l’ignoranza sul virus era universalmente totale, e le nostre strutture sanitarie smantellate e impoverite da decenni di tagli.

Ma Conte non solo riesce a far cooperare due forze diverse, con una politica di europeismo critico, che gli è valso un riscontro senza precedenti nella storia dei nostri rapporti con l’Ue. Egli tiene uniti i singoli partiti, i quali non sono partiti, ma coacervi di correnti, gruppi, club, aggregati da collanti labili. Se salta Conte anche questi corpi rischiano di esplodere e nel rimescolamento generale Renzi conta non solo di dar vita a un esecutivo amico, ma di pescare forze fra i fuoriusciti dalla diaspora che seguirebbe.

Il suo l’obiettivo di fondo è di guadagnare nel prossimo futuro una consistenza parlamentare sufficiente a farlo diventare, in modo stabile, l’ago della bilancia di ogni possibile governo. Qualcosa di simile al ruolo di arbitro supremo che si ritagliò a suo tempo Bettino Craxi. È il caso di ricordare, dunque, alla sinistra, ma anche a tutti i democratici, a chi ha a cuore le sorti del paese, che bandire dalla scena politica Matteo Renzi costituisce una delle condizioni inaggirabili per la liberazione e il progresso della vita civile italiana nei prossimi anni.

da”il Manifesto” del 2 febbraio 2021

Prima il Sud, ma solo a parole.- di Massimo Villone

Prima il Sud, ma solo a parole.- di Massimo Villone

Nel discorso di Conte alle Camere per la fiducia il Mezzogiorno c’è o no? È una domanda ineludibile, perché Conte ha disegnato un percorso e un programma con la dichiarata ambizione di arrivare a fine legislatura. In realtà, è esattamente questa la scommessa politica che ha messo in campo, con l’obiettivo di ampliare la maggioranza. Se il tentativo avrà successo, da qui al 2023 si faranno scelte cruciali per tutto il paese, ed in specie per il Mezzogiorno.

Nella Camera dei deputati Conte ha rivendicato i risultati conseguiti dall’esecutivo. Ma al Sud ha dedicato solo poche parole, sulla fiscalità di vantaggio. A seguito di qualche contestazione venuta nel dibattito, ha poi ripreso il tema nella replica. Ha affermato che il Sud «è in cima alle priorità dell’agenda di Governo», e non per ragioni ideologiche. Solo facendo correre il Sud «potrà correre il Nord e tutta l’Italia».

Sembrerebbe una piena accettazione della tesi per cui far partire il Sud come secondo motore del paese è l’unica vera possibilità di rilanciare l’Italia nel suo complesso. Sulla sponda opposta chi invece vorrebbe rilanciare la sola “locomotiva del Nord”. Fin qui siamo alle parole. Molti un Mezzogiorno in cima alle priorità dell’esecutivo proprio non lo vedono. Ma Conte va oltre. Ci informa che con il Recovery Plan «si concentreranno gli investimenti, secondo alcune stime, le risorse per circa il 50 per cento nel Sud, se consideriamo tutti i progetti che si dispiegano anche in modo trasversale». Richiama anche 15 miliardi per infrastrutture ferroviarie, e 2.3 miliardi specificamente per le infrastrutture in Calabria. Cita il piano Sud 2030 e altre misure, segnalando in particolare che le iscrizioni negli atenei del sud sono aumentate del 7,5%.
Il discorso in Senato è stato un remake di quello della Camera.

Nessuna sostanziale novità. Il punto è che in entrambe le Camere oltre alle generiche affermazioni di principio il premier non è andato. Nessuna indicazione precisa sul come giungere a ridurre o azzerare il divario strutturale che spacca il paese.
Nemmeno sul terreno di diritti fondamentalissimi come la sanità e l’istruzione, in cui la pandemia ha drammaticamente evidenziato diseguaglianze crescenti.
Il punto allora è se sia credibile o no lo scenario delineato da Conte di un Sud in cima alle priorità del governo, e addirittura destinatario di un 50% delle risorse disponibili per il Recovery.

Dalle analisi svolte sulle bozze di piano via via disponibili vengono considerazioni di altro segno. Ricordiamo tutti la lettera dei presidenti delle regioni meridionali a Conte, anche se non è dato sapere se ci sia stato un seguito, o sia rimasta una mossa puramente di teatro per i fan. Come non sappiamo in quale modo Conte giunga alla valutazione di un 50% del Recovery destinato al Sud. Sembra però di poter trarre dal richiamo alla “trasversalità” che si tratti di progetti non specificamente volti al Mezzogiorno, ma all’intero paese. In tal caso, quanti e quali benefici ne verranno alle regioni meridionali rimane da vedere.

Sono già emerse polemiche, ad esempio, sulla effettiva ricaduta di risorse destinate ad agevolazioni per il lavoro nel Sud, e sulla strategia che il Recovery Plan delinea per i porti italiani. Si ritaglia per quelli del Sud un ruolo – ovviamente minore servente alla vocazione turistica del territorio. Conte non ci ha convinto. Bisognerà mantenere alto il livello di attenzione e cercare di incidere qui e ora, nel passaggio parlamentare promesso dal premier. Una volta concluso l’iter con un voto e con l’approvazione Ue, i giochi saranno fatti, e non si potrà correggere in corso d’opera l’errore di oggi. Che dalla parte più forte del paese venisse una pressione per avvantaggiarsi nella destinazione delle risorse Ue era prevedibile.

Ora, la vicepresidente e assessore lombarda Moratti vuole un vantaggio addirittura sui vaccini. Più Pil, più vaccini. E gli altri muoiano in pace. C’è un leghismo genetico che infetta il Dna di una parte del paese. L’abbiamo visto già all’origine dell’autonomia differenziata, quando i famigerati preaccordi del 28 febbraio 2018 tra Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna e il governo Gentiloni avrebbero inteso commisurare il diritto all’assegnazione di risorse pubbliche alla capacità fiscale dei territori. Più ricchezza, più risorse. Il mantra del leghismo. Sarà difficile sconfiggere egoismi territoriali.

da “la Repubblica Napoli” del 20 gennaio 2021
Foto di Ulf-Angela da Pixabay

Verifica e arcipelago Pd.-di Franco Monaco

Verifica e arcipelago Pd.-di Franco Monaco

Renzi lo conosciamo. Egli fa conto di sopperire alla penuria dei consensi con uno spregiudicato
protagonismo nel Palazzo, facendo pesare il manipolo di parlamentati transfughi eletti nel Pd.
Nemesi del “nuovista rottamatore”: artefice di una “verifica” preceduta dalla richiesta di un
“rimpasto”. Parole e riti della vecchia politica.

E tuttavia non è un mistero che, ancorché di rincalzo e parandosi dietro Italia Viva, anche il Pd
abbia coltivato l’idea di rimettere mano agli organigrammi. Oggi lo negano, ma nelle scorse
settimane lo hanno proposto suoi autorevoli dirigenti: da Bettini a Orlando a Marcucci.
Naturalmente all’insegna di nobili intenti: ripartenza, rilancio, cambio di passo, salto di qualità,
rafforzamento del governo.

Per farsi una ragione del comportamento del Pd (o dei Pd, al plurale) dentro la verifica di governo è
utile riflettere, a monte, sulla sua natura e sulla sua composizione interna. Nella indole “governista”
del Pd allignano due profili: esperienza e cultura di governo di una classe dirigente sperimentata,
anche perché erede più o meno diretta dei partiti storici, ma anche – secondo profilo – una spiccata
vocazione/ambizione all’esercizio del potere.

Un’ambivalenza/ambiguità che si riflette nella costituzione materiale del partito, sempre meno
radicato nella società, sempre più interno allo Stato; articolato in componenti sempre meno
espressione di riconoscibili orientamenti politico-culturali e sempre più abitato da tribù e cordate
personali. Non è facile e tuttavia può essere utile disegnare una mappa, ancorché incompleta e
provvisoria, delle articolazioni piddine che non sempre coincidono con le effettive correnti
organizzate dentro il Pd. Una confederazione di Stati e staterelli i cui confini spesso si intrecciano.
La struttura appunto confederativa concorre a spiegare come, anche dentro la verifica, le attese e le
pretese, sommandosi, si dilatano.

Innanzitutto c’è da mettere in conto una generale eredità renziana tutt’altro che smaltita, anche
perché l’elezione di Zingaretti – il plebiscito di un giorno – non è passata attraverso una riflessione
congressuale che elaborasse la discontinuità e un effettivo ricambio del gruppo dirigente. Un
peccato d’origine che ne depotenzia la leadership.

Renziani per ascendenza. In senso lato e in certo modo, renziani lo sono tutti, nel vertice Pd.
Stavo da quelle parti e – fatta eccezione per la piccola pattuglia che ha seguito Bersani – faccio
fatica a fare un solo nome di chi si oppose per davvero al Renzi regnante. Lo ha osservato lui stesso,
a posteriori, bollando la legione degli ingrati. Al più si segnalava qualche voce solitaria e amletica
alla Cuperlo, utile da esibire. Se non vi fosse stata, Renzi se la sarebbe inventata. Non sorprende
che, a valle di tale generale allineamento, dopo la sconfitta di Renzi e l’ascesa di Zingaretti, si sia
prodotta la diaspora. Un riposizionamento non immune da una dose di trasformismo.
Teste di ponte renziane.

Non è necessario essere maliziosi. Basta non essere ingenui sino alla
dabbenaggine. Da subito ci si è chiesti perché mai – fuor di ipocrisia – sodali stretti come Marcucci
e Lotti non abbiano seguito il loro mentore. Poi è stato tutto più chiaro. Che la cosa sia stata
concordata o meno, sono manifesti e quotidiani i segnali di fumo e le pratiche convergenze.
Chiaramente una liaison tuttora operante.

Chi conosce la Toscana sa bene quanto stretto sia
l’intreccio di interessi politici, economici e personali riconducibili al Giglio magico.
Tardo-blairiani. Sono coloro che non la pensano in modo diverso da Renzi: coltivano una visione
neocentrista; hanno subito l’alleanza con il M5S; esorcizzano la disfatta del 2018; accarezzano
l’idea di ripercorre il sentiero della “terza via”. Una suggestione a dir poco anacronistica nella
nuova fase della globalizzazione.

Sono i Gori e i Bonaccini. Essi – anche in questo emuli di Renzi –
rivendicano come essenzialmente personali i loro successi, considerano il Pd quasi un ingombro e disdegnano l’alleanza con il M5S, come se vincere, rispettivamente, in un Comune o in Emilia,
fosse la stessa cosa che vincere in Italia.

Dispersi della diaspora. Vagano dispersi dentro il Pd i molti che, grazie alla loro organicità a
Renzi, hanno avuto un protagonismo in quella stagione e sono sopravvissuti parlamentarmente, ma
oggi sono comprensibilmente ai margini. Intendo politicamente, pur rivestendo magari ruoli
formali. Anche perché non hanno abbozzato una riflessione critica e autocritica al riguardo.
Vi figura anche qualche nome dai trascorsi di peso – è il caso di Fassino – altri meno. Tipo Delrio,
Martina, Serracchiani.

Essendo regola non scritta ma comune, essi sono formalmente ascritti a
questa o a quella corrente, ma in posizione ancillare e comunque privi di un loro riconoscibile e
riconosciuto profilo politico. Con una sua specificità, si potrebbe inscrivere nella categoria dei
dispersi anche Veltroni, primo segretario del partito: la sua ispirazione liberal(e), la sua visione di
una democrazia maggioritaria e d’investitura e la sua conseguente versione di un Pd leaderista e
autosufficiente ha in parte anticipato il renzismo. Ora Veltroni non ha ruoli politici e imperversa su
giornali e tv.

Neodemocristiani pragmatici. Moderati e pragmatici, dotati del consumato know-how
democristiano dell’adattamento alle mutevoli congiunture politiche. Cattolici decisamente laici.
Comprendono Franceschini e Guerini. Essi, nella Balena bianca, avevano referenti diversi
(Zaccagnini il primo, Andreotti il secondo) e pure ora militano in due diverse cordate. Ancorché
non di sinistra, in quanto eredi del centrosinistra storico e dunque dell’alleanza tra centro e sinistra,
sono tutto sommato tra quelli meno a disagio nell’attuale maggioranza di governo. Avendo la
cultura della coalizione.

Tuttavia, il loro pragmatismo, inteso come virtù, può risolversi in una disinvolta mobilità nelle
solidarietà interne (ne sa qualcosa Enrico Letta) e nelle alleanze esterne al partito.
Sinistra improbabile. Quella degli Orfini, che dalla scuola Pci ha assimilato il professionismo
politico, il politicismo, il gioco dei posizionamenti (l’importante è …. la segnaletica, cioè marcare
simbolicamente il territorio con estemporanee proposte bandiera come ius soli o patrimoniale, ben
consapevoli che non faranno alcuna strada). Non hanno avuto esitazioni in passato a contribuire ad
operazioni non esattamente di sinistra: alla sostituzione di Letta con Renzi, a fare da guardaspalle a
quest’ultimo e ad affossare il sindaco Ignazio Marino.

Socialdemocratici ex Pci. Penso ad Andrea Orlando. Ama accreditarsi come erede della
tradizione amendoliana e riformista del vecchio Pci (da Napolitano a Macaluso). Vicesegretario e
formalmente sostenitore del segretario Pd, ma, non da oggi, sembra seguire un suo percorso più
personale che politico. Sino a una sorprendente intervista a Repubblica, anzi… a sostegno della
campagna condotta da Repubblica per far fuori Conte.

Nella sostanza sposando le critiche di Renzi, solo con qualche dissimulazione, e adombrando l’idea
del commissariamento del premier. Tra i propugnatori del rimpasto. Nel solco della tradizione del
“partito più partito” (il Pci), Orlando si ispira all’idea del primato di esso o comunque alla
convinzione che il cuore della politica stia lì e dunque di un protagonismo del partito nel rapportarsi
a parlamento e governo. Così ha motivato la decisione di stare fuori dal Conte 2 per dedicarsi al
partito. Sin qui.

Cacicchi del sud. È il caso dei due “governatori” del sud, De Luca ed Emiliano. Ras territoriali,
uomini forti, a dir poco disinvolti sia nell’esercizio del potere, sia nella raccolta del consenso,
inclini – come usa dire – alle “reti a strascico”, cioè ad avvalersi del sostegno di un profluvio di liste

trasversali e al reclutamento di personale politico di ogni colore. Destra compresa. Senza andare
troppo per il sottile in tema di trasparenza e qualità etica. Due amministratori decisamente autonomi
(meglio: autocrati), che il partito è troppo debole per potersi permettere di toccare. Quasi
impossibile attribuire loro un’etichetta politico-ideologica.

Europeisti contiani. Penso a Gualtieri e al giovane Amendola. Forgiatisi alla scuola di partito e,
segnatamente, dalemiana. Politici professionali, di cultura riformista, espressione di una sinistra di
governo, con alle spalle esperienze in Europa. Gualtieri al parlamento di Strasburgo, Amendola a
Vienna tra i giovani Ds e all’Osce. Essi oggi occupano una posizione di rilievo nel governo sul
fronte strategico del rapporto con la Ue. Godono della stima di Conte e, forse per questo, sono
circondati dalla diffidenza di settori del Pd.

Il consigliere del Principe. Alludo a Bettini. Stratega della sinistra romana, dotato di abilità
manovriera. Ci prende gusto a rappresentarsi come ispiratore del leader. Ostentando la ricerca di un
ancoraggio ideologico per una sua nascente corrente, ha inventato sui due piedi l’impegnativa (alta
e improbabile) sigla “socialismo cristiano”.

In realtà, il suo, ha più l’aspetto di un concretismo che
lo conduce a scommettere sull’alleanza con il M5S (forse memore della sensibilità ingraiana per i
movimenti) e, insieme, ma anche con Renzi, generosamente interpretato come aggregatore di un
centro affidabile con il quale allearsi. Anch’egli fautore del rimpasto, a suo dire, al fine di rafforzare
Conte. Facciamogli credito di buone intenzioni. Ma si è visto quanto sia stato lungimirante aprire il
vaso di pandora del rimpasto.

L’enigma Zingaretti. In questo quadro, dominato da personalismi e logiche di corrente, egli si è
specializzato nella mediazione. Mena vanto per avere preservato una formale unità del partito,
tuttavia pagata al prezzo di una certa indeterminatezza di linea politica e della composizione
assemblearistica del gruppo dirigente. Lo si comprende, non è facile tenere la barra ferma. Certo, si
dovrebbe avere una bussola e una rotta coerente e decifrabile. Non oscillare tra la tesi del Conte
punto di riferimento alto dei progressisti e dando, a giorni alterni, un mezzo avallo alla guerra a
Conte ingaggiata da Renzi.

Tanti Pd rischiano di nuocere a una riconoscibile identità del Pd. Una confederazione di cordate per
lo più personali non riconducibili a una visione politica e che si regge su un mobile, precario
equilibrio anziché su una cultura politica comune. Intendiamoci: una questione che affligge tutti
i partiti, ma che dà ancor più nell’occhio nel caso di chi, sin dal nome e per le sue ascendenze, si
rappresenta come il più partito tra i partiti.

La classificazione qui abbozzata – certo, con approssimazione e non senza una punta di ironia –
suggerisce una più seria riflessione. La mappa e la denominazione assegnata alle varie tribù
testimonia che, a definire profili e appartenenze, sono essenzialmente due stagioni: quella, remota,
della prima Repubblica, e quella, più recente, del rapporto stabilito da singoli e gruppi con il
renzismo, che, ai miei occhi, ha rappresentato un deragliamento per un partito convenzionalmente
di sinistra.

Un partito personale e una torsione identitaria e tuttavia comunque un profilo definito. Per
converso, a qualificare le appartenenze, sembra non contino il presente e – spiace doverlo notare –
neppure il rapporto con i quindici anni dell’Ulivo. A mio avviso, il tempo più fecondo sia per
l’elaborazione di una cultura politica comune a sinistra, sia per la qualità dell’esperienza di governo.
Tuttavia, forse, per paradosso, se ne può ricavare una conclusione in positivo (e non depressiva e
rinunciataria): ancorati a passato prossimo e a passato remoto e con un presente privo di un ubi
consistam, si potrebbe dispiegare per intero, creativamente e coraggiosamente, la ricerca di una nuova soggettività politica del Pd e oltre il Pd. Aprendo il cantiere di una sinistra di governo larga,
plurale, inclusiva.

Dentro la società ci sono molte più energie di quelle raccolte nell’angusto recinto dell’attuale
sinistra politica. Basti un esempio: penso ai contenuti egualitari e ambientalisti, ma soprattutto al
metodo partecipativo da tempo messo in campo da Fabrizio Barca ed Enrico Giovannini con
centinaia di associazioni.

Ci sono lì molta più politica e molto più protagonismo giovanile di quanti non se ne rinvengano
nei partiti. Di sicuro esiste un mondo più ricco e più esteso di quel 20% al quale è stabilmente
inchiodato il Pd. Non è necessario spingersi sino alla tesi, comunque improbabile, dell’auto-
scioglimento del Pd, basterebbe che esso si facesse promotore e perno del processo costituente di un
soggetto però a tutti gli effetti nuovo. Sarebbe nell’interesse suo, della sinistra e del più esteso
campo democratico.

Talvolta sfugge che, dalla sua nascita, nel 2008, non una sola volta il Pd ha vinto le elezioni
politiche. Lo ha fatto il suo ascendente, l’Ulivo, nel 1996 e nel 2006. Poi non più. Finalmente il Pd
dovrebbe avere imparato che, fuori dalle chiacchiere politiciste, una ben intesa “vocazione
maggioritaria”, in concreto, banalmente, significa attrezzarsi perché finalmente, una buona volta, si
accedere al governo vincendo le elezioni.

Il che comporta, di sicuro, a) l’abbandono della velleitaria e oggi persino risibile illusione
dell’autosufficienza; b) l’impegno a organizzare un campo di forze più ricco e più largo; c) ma
soprattutto – quale precondizione – l’esigenza di ripensare criticamente se stesso, la propria visione
e la propria forma organizzativa.

da Huffpost 17.12.2020

Dopo la crisi una nuova politica per il Sud.- di Massimo Villone

Dopo la crisi una nuova politica per il Sud.- di Massimo Villone

Sul grande schermo della politica abbiamo visto nella giornata di mercoledì succedersi tutti gli scenari possibili. Al momento, siamo alla crisi che ancora non c’è, perché dimissioni formali dell’esecutivo non sono state presentate. Al tempo stesso, è chiaro che non si può continuare come se nulla fosse accaduto.

Certamente Palazzo Chigi ha commesso degli errori, sui quali ben si poteva chiedere correzioni. Ad esempio, la prima proposta di governance sul Pnrr (Piano nazionale di ripresa e resilienza) – tre ministri, sei supermanager e trecento esperti – sostanzialmente commissariava la stessa maggioranza. Una soluzione inaccettabile, poi cancellata per le pressioni di tutti. Sembra però che la richiesta di Matteo Renzi per un cambio di rotta gli sia alla fine sfuggita di mano. È certo difficile per l’opinione pubblica capire perché si vuole a tutti i costi far cadere un governo mentre si è pronti a votarne i principali provvedimenti. Delle ragioni di quanto è accaduto non appassiona discutere. Importa invece capire su cosa alzare argini a difesa. Il Pnrr rimane una scommessa cruciale per il futuro del paese, e in particolare per il Mezzogiorno.

Questo non cambierà, quali che siano gli esiti del passaggio parlamentare che si mostra al momento probabile, e gli scenari a seguire. Una critica alla prima stesura del Pnrr era che la nuova Italia cui si dichiarava di voler puntare non poteva uscire da un assemblaggio di vecchie carte tirate per l’occasione fuori dai cassetti. In particolare, mancava del tutto l’obiettivo strategico di vedere nel Mezzogiorno il secondo motore dell’economia italiana, da riavviare perché indispensabile per il rilancio del paese nel suo insieme.

Abbiamo invece ascoltato negli ultimi mesi economisti di vaglia – di cui ho dato conto su queste pagine – affermare la incapacità del Sud di trarre vantaggio dall’afflusso di risorse pubbliche.

Argomento decisivamente contrario a un Pnrr attento al rilancio del Mezzogiorno, che può solo avvenire con forti investimenti pubblici. Così diventano invece applicabili al Pnrr tutti i luoghi comuni che erano già stati alla base della spinta per l’autonomia differenziata. E che possono sintetizzarsi nella tesi per cui il bene del paese si trova nel far ripartire la locomotiva del Nord, non nella riduzione del divario Nord – Sud.

Nel dibattito sulle correzioni del Pnrr è emersa un priorità Mezzogiorno. Ma cosa cambia davvero?
Claudio De Vincenti e Stefano Micossi – certo non sospetti di estremismo sudista neoborbonico – notano sul Sole24Ore (12 gennaio) che a infrastrutture e investimenti sulle reti sono destinati solo 28 miliardi. In specie, risultano sacrificati con soli 4 miliardi gli investimenti in logistica e portualità, che “costituiscono la via maestra per consentire all’Italia, e in particolare al Mezzogiorno, di essere protagonista degli scambi europei e mediterranei”.

E certo fa impressione leggere nel Pnrr (pag. 100) che si punta a “una valorizzazione del ruolo dei Porti del Sud Italia nei trasporti infra-mediterranei e per il turismo” (corsivo aggiunto). Mentre si guarda ai porti dell’Alto Tirreno e Alto Adriatico (Trieste e Genova) per i rapporti con l’Europa del Nord. Porti di serie A e di serie B? Si può temere che la priorità per il Sud dichiarata dal Pnrr “trasversale a tutte le missioni” rimanga alla fine un flatus vocis.

Questione di soldi, e non solo. Il Sud come secondo motore in concreto non lo vediamo ancora. Adriano Giannola ( Quotidiano del Sud, 12 gennaio) avverte che con la pandemia si avvicina “un baratro che coinvolge le regioni settentrionali accomunate dalla prospettiva di progressiva meridionalizzazione”. La conferma viene da La Stampa (12 gennaio). Dopo anni di crisi e crescita rallentata “la grande paura del Nord è risvegliarsi alla fine dell’incubo della pandemia e scoprire di non essere più il motore del Paese. E ritrovarsi lontano dalle locomotive d’Europa”.

Appunto. Bisogna vigilare, e mantenere alta l’asticella del dibattito. La locomotiva del Nord non è bastata finora a frenare il lento declino dello stesso Nord. Ancor meno potrà in futuro. Scommettere oggi sul Sud con il Pnrr è indispensabile, ed è nell’interesse anche del Nord. Questo è il punto che va mantenuto, in qualsiasi scenario.

Lo dice persino Natale Mazzuca, vicepresidente di Confindustria: è tempo di “un’unità vera nella quale il Mezzogiorno deve rappresentare il secondo motore per far ripartire il Paese” ( Mattino, 12 gennaio). Bene. Ma è l’opinione sua, imprenditore calabrese, o il pensiero ufficiale e convinto di Confindustria?

da “Repubblica Napoli” 15 gennaio 2020

Calabria sussidiata-di Domenico Cersosimo

Calabria sussidiata-di Domenico Cersosimo

Il Covid-19 ha acutizzato la piaga congenita dell’economia e della società calabrese: la dipendenza dai sussidi pubblici.
La pandemia, come nel resto del paese e del mondo, ha determinato una drastica contrazione della produzione regionale, dell’occupazione, dei redditi da lavoro, dei profitti aziendali. Una compressione asimmetrica, selettiva. I prezzi più alti li hanno pagati e continuano a pagarli le imprese più piccole e destrutturate, le attività interessate al lockdown, le imprese della filiera turistica e dei trasporti.

Più di 40 imprese su 100 prevedono di chiudere l’esercizio 2020 in perdita (17% nel 2019); circa 28 mila imprese hanno fatto ricorso a prestiti garantiti (per quasi un miliardo di euro) nei primi nove mesi dell’anno, contro rispettivamente 2.000 e 245 milioni nell’intero 2019 (dati Banca d’Italia). E’ crollato verticalmente il settore dei trasporti: gran parte dei voli commerciali sono stati cancellati e il numero di passeggeri da e per la Calabria si è ridotto del 70%; regressioni simili hanno interessato anche le strutture ricettive regionali, in special modo per la forte caduta dei turisti stranieri.

Uno shock letale per l’economia calabrese, che si sovrappone alle perdite dolorose della grande recessione post-2007, non ancora assorbite alla comparsa del virus. Tra il 2008 e il 2014 il Pil calabrese ha subito una decrescita cumulata del 14,3% (più del doppio della perdita registrata dalle regioni del Nord-est); nel quinquennio successivo ha sperimentato una crescita appena accennata (0,7% cumulato, a fronte del 2,5% nel Mezzogiorno, del 6,1% nel Nord-est e del 9,3% nella media dei 28 paesi EU) (dati Svimez).

Dal 2008 l’occupazione totale si è ridotta di 40 mila unità, la gran parte nel settore industriale, aggravando il suo cronico sottodimensionamento; il valore aggiunto del secondario si è contratto di oltre due miliardi di euro (-37%), mentre il valore del Pil si è abbassato di quattro miliardi e mezzo di euro (-12,3%) e quello pro-capite di circa 2.000 euro (-10,6%). Nel frattempo, la disoccupazione è schizzata dal 9 al 21% e quella dei giovani tra 15 e 24 anni dal 34 al 49%. Una stagnazione lunga, segnata da crescita lenta, bassa produttività, nuove disuguaglianze economiche e civili tra individui e luoghi, tra aree interne e aree urbane, tra città e nelle città.

Un nucleo di imprese, meno di un quinto del totale, ha retto l’onda devastante della pandemia. Non solo quelle più consolidate dei comparti cosiddetti essenziali (agroalimentare, chimica, logistica, e-commerce), ma anche quelle più resilienti, le imprese dotate delle risorse cognitive e non, per reagire allo shock pandemico attraverso ammodernamenti e nuovi investimenti.

Moltissime imprese e attività sono ancora in vita grazie ai ristori pubblici, ai tamponi finanziari e fiscali. Molte sono diventate “imprese zombie” (zombie firms), così etichettate nel recente rapporto 2020 del G30, coordinato da Mario Draghi e Raghuram Rajan, unità tecnicamente non fallite ma che una volta terminati i sussidi non saranno in grado di sopravvivere con le loro forze oppure vivranno periodi di stenti finanziari cronici e di inefficienza allocativa.

Diverse di queste saranno costrette a persistere per mancanze di alternative, trasformandosi in “imprese di necessità”: per racimolare un reddito familiare, per non azzerare investimenti pregressi, per continuare ad avere un’occupazione quotidiana, per non licenziare i propri dipendenti, per alimentare una speranza di improbabile ripresa. Più in generale, gli impatti del Covid-19 hanno messo in forte evidenza l’eterogeneità e le differenziazioni crescenti tra le imprese, configurando sempre più un “dualismo orizzontale” anche tra imprese con le medesime caratteristiche dimensionali, settoriali, territoriali.

La crisi sanitaria ha avuto effetti altrettanto devastanti nel mercato del lavoro, in particolare per i lavoratori autonomi, quelli con contratti a termine, del turismo e della ristorazione, gli artisti e gli operatori del variegato mondo dello spettacolo e dell’intrattenimento e delle filiere sottostanti. Svantaggiati moltissimo i giovani e le donne, già in forte sofferenza ben prima del coronavirus, i lavoratori irregolari e senza tutele del Sud. Blocco dei licenziamenti e ricorso alla cassa integrazione hanno impedito il tracollo dell’occupazione e dei salari dei lavoratori dipendenti.

Da gennaio a settembre le ore autorizzate di Cig hanno sfiorato i 26 milioni (meno di 2.400 nel 2019), a cui bisogna aggiungere altri 11 milioni di ore di integrazioni salariali erogate dal Fondo di solidarietà (solo 265 nel 2019); nel solo primo semestre l’Inps ha deliberato più di 170 mila bonus da 600 euro, pari ad un numero di sussidi che copre il 12,2% della popolazione regionale tra 15 e 70 anni; da gennaio a luglio, sempre l’Istituto di previdenza, ha erogato circa 20 mila Redditi di emergenza a famiglie in stato di necessità (il 2,5% delle famiglie residenti), per un importo medio mensile di 560 euro (per tre mensilità); le erogazioni di Reddito o Pensione di cittadinanza nei primi nove mesi sono state circa 92 mila (il 12% delle famiglie residenti, il 5,5% nella media italiana e il 10,5% nel Mezzogiorno), un aumento di quasi 19 mila unità rispetto al 2019 (dati Banca d’Italia).

Una montagna diversificata di sussidi, come nelle altre regioni, necessaria per lenire le ferite, per proteggere i soggetti economici e sociali più fragili, per dare ossigeno pubblico alle imprese e agli imprenditori, e che accentua il profilo della Calabria come società sussidiata.

Nell’anno che sta per chiudersi, si stima per la Calabria un arretramento del 10% circa della ricchezza complessiva, pari in valore assoluto ad oltre tre miliardi di euro (in media una perdita di 1.500 euro procapite). Una cifra enorme in sé (la metà dell’intero Pil del Molise), ma ancor più preoccupante se si considera la strutturale asfissia della base produttiva locale.

D’altro canto, il rimbalzo economico atteso nel 2021 si annuncia per la regione ben più contenuto di quello medio meridionale e centrosettentrionale (0,6% a fronte rispettivamente dell’1,2 e del 4,5%), a ragione della modesta elasticità della struttura produttiva locale agli stimoli della domanda. Con il rischio che il canonico andamento a “V” del ciclo economico possa assumere in Calabria una forma simile alla “L”, ossia che alla caduta rapida della decrescita segua una lunga fase di stagnazione e di crescita lenta, lentissima.

E’ tutta qui la questione: l’incapacità della Calabria e dell’intero sistema nazionale a cicatrizzare la ferita del sottosviluppo, a sconfiggere la refrattarietà sociale all’autonomia produttiva. Non c’è verso. La Calabria rimane, sotto questo aspetto, l’eccezione nazionale, il caso più estremo di “modernizzazione passiva”.

Di assorbimento rapido – per gocciolamento, imitazione o induzione – di standard e stili comportamentali sociali tipici delle società sviluppate non basati però su processi di crescita di mercato bensì mediante trasferimenti di risorse finanziarie esterne, per lo più pubbliche. Consumiamo senza produrre, o meglio, consumiamo, in valore, molto di più di quanto produciamo. Sicché, la qualità della nostra vita, decorosa o meno, dipende in proporzioni “patologiche” dalla spesa pubblica, ossia dalla politica, che in Calabria più che altrove si configura come il vero e unico “grande tutto”.

Intendiamoci. Gli aiuti pubblici alle aree in ritardo di sviluppo sono del tutto fisiologici, null’altro che una forma di redistribuzione della ricchezza nazionale dai cittadini più ricchi a quelli più poveri. Il problema è il denominatore, la ricchezza autoprodotta, non il numeratore, i trasferimenti. E’ il livello troppo basso e stagnante del prodotto a rendere patologico l’incidenza della spesa pubblica, anche quando, come è accaduto in questo primo ventennio del XXI secolo, ha subito un forte decremento.

A maggior ragione, poi, quando si tratta di aiuti che non aiutano a emanciparsi, seppure gradualmente, dalla loro erogazione, e che finiscono per accentuare la condizione di dipendenza della società regionale. Una vera e propria “trappola da sottosviluppo”: i gruppi dirigenti, piccoli e grandi, locali e centrali, che avrebbero convenienza a modificare lo status quo sono sopraffatti da classi dirigenti “estrattive”, ovverossia da un blocco sociale composito che dal sottosviluppo estrae benefici, potere, privilegi. Una trappola paradossalmente sostenuta dall’exit – sotto forma di fuga dalla regione, di rassegnazione e adattamento passivo, di immersione e occultamento nel privato – da parte di ceti che potenzialmente avrebbero interesse e spesso le capacità per invertire la rotta e ridurre progressivamente l’ostilità del contesto regionale.

Di fatto, da tempo, nei precari equilibri al ribasso della società regionale prevalgono i rentiers dello status quo, strateghi e accoliti della “guerra di posizione”, del mantenimento dei poteri consolidati. Non una società cristallizzata e immobile, al contrario una società in un continuo “movimento di adattamento”, tutto interno ai ristretti circuiti dei poteri dominanti – politici, economici, criminali. Latitano i “contromovimenti”, i gruppi sociali che aspirano e agiscono per un ribaltamento degli assetti di potere consolidati, anche se non mancano esperienze, casamatte e testimonianze eccellenti, altere ma puntiformi, innovative ma autocontenute.

Il porto transhipment di Gioia Tauro, i cui traffici sono cresciuti in questo anno orribile del 25%, rimane ancora oggi un corpo estraneo alla società locale; la stessa Università della Calabria, un’altra modernizzazione “dall’alto” della Calabria del dopoguerra, a 50 anni dalla sua nascita stenta ancora a diventare un vero corpo sociale. Un’altra connotazione sedimentata della regione: frammentarietà sociale e territoriale e connessioni rarefatte, a maglie troppo larghe, gelatinose, il che inibisce effetti di tracimazione delle esperienze di successo dai propri perimetri.

Il futuro è in salita, ripida, aspra. Prima di tutto per le ragioni socio-politiche prima dette. Non si scorge una domanda diffusa di sviluppo, né si intravedono alleanze di ceti e gruppi sociali e politici che non solo sventolano la bandiera della crescita autonoma ma che intraprendono azioni, politiche e decisioni concrete, coerenti, sostenibili, misurabili, di potenziamento e trasformazione dell’esile struttura economica regionale. Forse sarebbe necessario un “destabilizzatore” esterno, un soggetto centrale – lo Stato, l’Europa – che incoraggi e sostenga gli innovatori regionali, che valorizzi e aggreghi le “eccellenze” locali, che raccolga e coordini le conoscenze locali e quelle esterne.

Un soggetto in grado di destabilizzare l’equilibrio da sottosviluppo, ad esempio imponendo precise condizionalità ai trasferimenti finanziari in termini di chiara identificazione dei risultati attesi, dei tempi di realizzazione, degli attori coinvolti e delle loro inderogabili responsabilità, dei processi di valutazione (ex-ante, in itinere e ex-post), dell’erogazione a stadi di realizzazione effettiva e soprattutto della trasparenza informativa, del coinvolgimento e della partecipazione attiva dei cittadini. A mostrare le realizzazioni raggiunte, il loro valore tangibile per i cittadini e gli scarti rispetto agli obiettivi di partenza.

A pensarci bene, le tre grandi modernizzazioni della Calabria di questo secondo dopoguerra – Riforma agraria, Università della Calabria e porto di Gioia Tauro –, che con più intensità hanno contribuito a trasformare assetti sociali e rappresentazioni simboliche della regione, sono l’esito di forti intenzionalità “esterne”, di spinte determinanti di soggetti istituzionali e imprenditoriali centrali.

Un soggetto esterno non per penalizzare, controllare e bypassare i soggetti regionali, come ad esempio è finora avvenuto con il commissariamento della sanità, bensì un soggetto con la specifica missione di affiancare, sostenere, incoraggiare e rinnovare le istituzioni locali, per irrobustirle con adeguate infrastrutture tecniche e relazionali. L’infragilimento istituzionale e sociale della Calabria è giunto ad un punto così critico che non è più realistico pensare che le forze endogene da sole siano in grado di avviare la risalita. Né sono sufficienti, come la storia dell’ultimo trentennio insegna, le sole risorse finanziarie, per quanto ingenti, a determinare la svolta.

Per rimarginare la piaga è necessario uno sforzo cooperativo di lungo periodo tra forze esterne e forze interne, di coerenti e integrati interventi dall’alto e dal basso, di politiche e azioni rivolte al risanamento civile e alla crescita economica. Della migliore polizia urbana e dei migliori maestri. Senza un primo e un dopo. Non si vedono alternative né scorciatoie possibili.

da “il Quotidiano del Sud” del 4 gennaio 2021

Le misure per il Sud spia dello sguardo miope della manovra.- di Alfonso Gianni

Le misure per il Sud spia dello sguardo miope della manovra.- di Alfonso Gianni

Habemus legem. Quella di Bilancio verrà approvata entro la fine dell’anno, malgrado fosse stata presentata in parlamento con inconsueto ritardo, evitando così il temutissimo esercizio provvisorio. Non sarebbe stato un buon biglietto da visita per Bruxelles in attesa dei fondi del Recovery.

Gli esponenti della maggioranza hanno voluto sottolineare che il testo del governo è stato arricchito da una discussione bipartisan in cui finalmente il Parlamento ha potuto dire la sua, dopo un anno passato a convertire decreti del governo e a subire ripetuti voti di fiducia. Vero, ma solo per un ramo del Parlamento. La Camera ha discusso, il Senato ha ratificato. Lo stesso Presidente della Repubblica, che avrebbe secondo la Costituzione un mese per farlo, promulgherà la legge nell’attimo di un sospiro.

In sostanza si è realizzata una sorta di monocameralismo di fatto, distorto e distorcente, oppure, se si preferisce, di un’anticipazione della entrata in vigore della riduzione di un terzo dei parlamentari infierendo particolarmente sul funzionamento del Senato ridotto a un moncherino.

Certo, non viviamo in tempi normali, solo che l’eccezione è diventata regola. E’ un anno che si vive di provvedimenti di natura finanziaria, questo è il nono. E non è finita, poiché oltre al tradizionale Milleproroghe a gennaio andrà in scena un altro scostamento di bilancio per finanziare un nuovo “ristoro”. A dimostrazione della fallacia del pareggio di bilancio inserito a suo tempo in Costituzione.

Secondo l’Istat, rispetto al secondo trimestre 2019 gli occupati sono calati di 841.000 unità, di cui quasi la metà under 35 e ieri l’ufficio studi della Confcommercio ha stimato che il tasso di mortalità delle imprese, rispetto al 2019, risulta quasi raddoppiato per quelle del commercio (dal 6,6% all’11,1%) e più che triplicato per i servizi (dal 5,7% al 17,3%).

Ma guardando l’insieme dei provvedimenti economici lungo l’anno non si scorge che il tentativo di venire incontro all’emergenza.

Difficile non concordare con la tagliente definizione dell’Ufficio parlamentare di bilancio che definisce questa legge “un coacervo di misure senza disegno”. Ove al tradizionale assalto alla diligenza e alla logica dispensatrice neocorporativa – la pioggia dei bonus, dagli occhiali agli smartphone, alcuni persino più ridicoli che scandalosi – si è aggiunta anche una qualche attenzione ai problemi sociali, tra conferme e novità.

Come i 267 milioni destinati all’assegno di ricollocazione esteso ai disoccupati Naspi e Discoll da oltre 4 mesi e ai cassaintegrati per cessazione di attività; la proroga di 12 settimane di Cig (ma senza oneri per le imprese); le facilitazioni per lo scivolo verso la pensione; la nona salvaguardia per gli esodati; l’istituzione di un fondo di 1 miliardo per il 2021 per l’esonero dai contributi previdenziali per le partite Iva con calo di un terzo del fatturato.

Viene da chiedersi come tra tante provvidenze non sia riuscito a trovare posto il rinvio del taglio del fondo per l’editoria. Domanda retorica, essendo la risposta già nota con la vaga promessa che forse se ne riparlerà nel Milleproroghe.

Mentre per il Sud si ricorre alla solita scelta dello sgravio contributivo per le aziende del 30% fino al 2029. Ma proprio questa norma mostra il fiato corto e lo sguardo miope della manovra. Come diceva lo storico Rosario Romeo la mancata ripresa del Sud – sempre più a fondo in questa crisi – compromette la ripresa nazionale.

Ed è un problema che riguarda i vari sud dell’Europa. Ci penseranno i fondi del Recovery? C’è da dubitarne, visto il modo con cui si stanno preparando i progetti, ostaggio di una lotta scriteriata che vede Renzi protagonista per imporre un Conte ter, ovviamente senza passaggio elettorale che per l’uomo di Rignano sarebbe la disfatta.

Il tema lavoro si riproporrà in termini esplosivi quando finirà il blocco dei licenziamenti il 31 marzo, peraltro già bucherellato da precedenti normative. Lo riconosce lo stesso Conte quando afferma che sulle politiche del lavoro bisogna fare di più e che non si può affrontare l’anno entrante con la legislazione vigente e gli stessi ammortizzatori sociali.

Ma i buoni propositi non fanno una politica. La partita del come utilizzare i fondi europei non si gioca a tavolino, indipendentemente da chi vi è seduto. Senza un conflitto sociale articolato mosso da una proposta alternativa di sviluppo – dalla conversione energetica (ove il tema dell’idrogeno verde è strategico) alla rinascita del Sud, passando per il lavoro e l’universalizzazione del welfare e del reddito di cittadinanza – quella partita è persa.

da “il Manifesto” del 30 dicembre 2020

Il sogno industriale quarant’anni dopo.- di Annarosa Macrì Rai3 ripropone "Calabria 80", una storica inchiesta sull'economia girata da Annarosa Macrì e Tonino Perna.

Il sogno industriale quarant’anni dopo.- di Annarosa Macrì Rai3 ripropone "Calabria 80", una storica inchiesta sull'economia girata da Annarosa Macrì e Tonino Perna.

Un evento televisivo, domani mattina, alle 7.30, su Raitre: la replica, quarant’anni dopo, di una delle sette puntate di Calabria ’80, la prima, e ultima, ricognizione per immagini sul sistema produttivo calabrese (industria, agricoltura, turismo e terzo settore), che Tonino Perna ed io realizzammo per la Terza Rete calabrese, allora appena nata.
Sabato 2 gennaio, alla stessa ora, la seconda parte.

Avete presente quando di un allievo che “si applica ma non rende”, si dice: è volenteroso, ma non ha le basi? Ecco, le sette puntate di Calabria ’80, ne (ri)vedrete due, di mezz’ora ciascuna su Raitre il 26 dicembre e il 2 gennaio alle 7,30, rappresentarono per me le “basi” di conoscenza e di analisi del territorio che mi furono indispensabili, nei quarant’anni successivi, per raccontare la Calabria, enigmatca e complessa com’è.

Ebbi il privilegio di avere accanto un compagno di avventure funambolico e rigoroso come Tonino Perna, economista e sociologo, che di quel programma fu l’autore (io ne curai la regia), così quei quattro mesi di sopralluoghi, riprese, incontri e interviste on the road per la regione, dal Pollino all’Aspromonte, dal Tirreno allo Jonio, e poi i tre mesi in moviola che seguirono (il programma fu girato in pellicola da un maestro della fotografia che troppo presto ci lasciò, Tonino Arena), furono la mia seconda università, che mi laureò, davvero!, in “Calabriologia”.

Nessuno prima di noi, e prima di Calabria ’80 (e nessuno dopo, devo dire) aveva realizzato una ricognizione per immagini così attenta e capillare del mondo produttivo calabrese, in un momento topico della storia di questa regione, quando erano passati venti anni dal boom economico (dalle nostre parti, in realtà, niente di più che un’eco fievole se n’era sentita) e dieci anni da quel “Pacchetto Colombo” che c’era piovuto addosso per provare a riempire il baratro di ribellione e disperazione che si era aperto coi fatti di Reggio, e che già manifestava inconguenze, sprechi e fallimenti.

Girammo chilometri di strade, paesi, città e campagne, girammo chilometri di pellicola e realizzammo sette puntate di mezz’ora. Due dedicate all’Industria – un po’ di manufatturiero e di agroalimentare ancora “tirava”, in mezzo ad un cimitero, già!, di deserti e di cattedrali -, due all’Agricoltura – sospesa tra eroica primitività e pionieristica innovazione -, due al Turismo – quello “indigeno” all’epoca appena balbettante, più invasivo, invece, quello dei villaggi turistici e grandi gruppi colonizzatori – e una al Terzo Settore, che cominciava, proprio in quegli anni, a coprire, come poteva, vuoti ed emergenze sociali.

Più imparavo – paesaggi, persone, manufatti, belli, brutti o così così – più li sentivo parte della mia storia e del mio vissuto, roba che mi apparteneva, di cui dovevo farmi carico, perché aveva attraversato le speranze, le sofferenze, le sconfitte e la fatica della mia gente.

La Calabria, dove ero nata, ma dove, anche nell’infanzia, avevo vissuto pochissimo, e che avevo lasciato per andare a studiare a Milano, prima di Calabria ’80, come quasi tutti quelli della mia generazione, praticamente non la conoscevo.

Non era allora il luogo “circolare” che è oggi, grazie anche alle università, che hanno rimescolato saperi, amori ed esistenze, ma, assai più di oggi, era arroccato, e frammentato, nei paesi e nei particolarismi, nelle città e nei campanilismi, che si guardavano, a distanza, – anche ora accade, figurarsi quasi mezzo secolo fa – con diffidenza circospetta se non con malcelato razzismo.

Chi viveva a Reggio, per dire, andava più facilmente a Roma (o a Messina) per studio o per compere, piuttosto che a Catanzaro o a Cosenza, e un catanzarese magari andava a teatro al San Carlo di Napoli, ma non al Rendano di Cosenza o al Cilea di Reggio.

Imparai a conoscerla scoprendola, questa regione, con lo sguardo sorpreso della neofita, che, devo dire, non mi ha più abbandonato; scoprendola, imparai ad amarla, e, dopo quarant’anni, di più la amo. Non solo le sue cose e le sue persone belle (quelle son bravi tutti ad amarle); io m’innamorai pure di quelle brutte e di quelle così così. E, amandola, imparai a raccontarla. Ché, senza amore, non si può.

All’inizio degli anni ottanta, il clima culturale del Paese era quello, irripetibile, della riscoperta delle identità locali, delle tradizione e dei dialetti, contro la società di massa. Il regionalismo amministrativo era ancora bambino e quello culturale era frammentato in mille Calabrie, quando la Rai decise di riaccendere le lucciole periferiche che Pasolini piangeva spente per sempre, una per ogni regione, e nacque la Terza Rete decentrata; investì un bel po’ di risorse sui territori e, dal nulla o quasi, impiantò, anche in Calabria, un piccolo centro di produzione, che non solo realizzava e metteva in onda i primi telegiornali, ma anche inchieste, documentari, talk-show, fiction.

A Cosenza fu reclutato un piccolo esercito di operatori dell’informazione (e io tra di loro, e, con molti di loro, rientrai “dal Nord”): giornalisti, registi, operatori di ripresa, tecnici, autisti, elettricisti. Quasi cento ragazzi, età media 25 anni, competenze certe, concorsi “veri”, assunzioni a tempo indeterminato. Ci era richiesta una grande preparazione culturale, ma nessuno di noi aveva mai visto una telecamera, così imparammo a fare la televisione “facendola”, come un bambino impara ad usare un giocattolo giocandoci; l’entusiasmo era alle stelle, alimentato dalla consapevolezza di essere dei pionieri e dalla accoglienza straordinaria dei Calabresi, specialmente quelli delle aree interne: era una festa quando arrivava “la Televisione” in luoghi così “lontani” e dimenticati, in cui magari non c’era neanche il segnale di trasmissione, e che venivano raccontati per la prima volta: persone senza voce che diventavano importanti, luoghi dimenticati a cui si restituiva la memoria…

Calabria ’80 nacque in questo irripetibile clima e, rivederne adesso due mezz’ore (grazie alla pervicacia del Direttore della Sede di Cosenza Demetrio Crucitti) vuol dire ripercorrere un pezzo fondamentale della storia di questa regione, quando tutto pareva dover (ri)nascere, la Regione, l’Università, l’economia…

Il ritmo lentissimo del montaggio (“allora” per percepire un fermo-immagine avevamo bisogno, da telespettatori, di un “tempo”, quattro secondi!, eterno per gli standard frenetici di oggi) vi darà il senso, guardando Calabria ’80, dell’andamento pigro di una storia che, con fatica, con brusche frenate e affannate ripartenze, nonostante tutto, andava allora e ancora, fiaccamente, va.

Buona lenta visione. Sabato 26 dicembre e sabato 2 gennaio, Raitre, ore 7.30. Calabria ’80. Quarant’anni dopo.

dal Quotidiano del Sud del 24 dicembre 2020
foto wikipedia pontile ex Sir

Calabria anni ’80. Un tuffo nel passato, una riflessione sul presente.- di Tonino Perna Rai3 ripropone "Calabria 80", una storica inchiesta sull'economia girata da Annarosa Macrì e Tonino Perna.

Calabria anni ’80. Un tuffo nel passato, una riflessione sul presente.- di Tonino Perna Rai3 ripropone "Calabria 80", una storica inchiesta sull'economia girata da Annarosa Macrì e Tonino Perna.

Nel febbraio del 1980 iniziai a girare, in lungo e largo, nella nostra regione con un team di Rai 3 per realizzare un programma che si intitolava “Calabria ‘80” ed aveva l’obiettivo di indagare sulle attività economiche, sociali e culturali della nostra Regione. Soprattutto di guardare al presente puntando alle prospettive future di questa terra, già allora considerata come irrecuperabile da una buona parte della stampa nazionale.

Da nord a sud, da est ad ovest, incontrammo piccoli e medi imprenditori, aziende localizzate in borghi antichi e sconosciuti, monumenti storici e siti archeologici abbandonati (uno per tutti il castello di Roccella dove pascolavano le pecore), scoprimmo attività impensabili (come la coltivazione del riso a Sibari, o la nascita di una azienda “Internet” a Piano Lago), e i primi timidi tentativi di attrarre i turisti in Calabria.

Girammo per cinque mesi da febbraio a maggio, con l’occhio attento di Tonino Arena, indimenticabile fotografo e prezioso cineoperatore, producendo decine di chilometri di pellicola che poi, con la regia di Annarosa Macrì, montammo nel mese di agosto in una piccola stanza della Rai di Cosenza. Ricordo ancora la quantità di granite che prendevo ogni giorno per vincere un caldo infernale, e lo stress nel decidere i tagli con la forbice della pellicola, il punto giusto, con la paura di sbagliare e perdere un fotogramma definitivamente. Grazie alla competenza, intelligenza e granitica costanza di Annarosa portammo a termine l’operazione in quattro giorni. Alla fine ne ricavammo sette puntate che andarono in onda tra ottobre e novembre del 1980: due dedicate all’industria, due all’agricoltura, una al turismo, una alle cooperative e al Terzo Settore, last but not least alla cultura.

Oggi, dopo quarant’anni, rivedere queste immagini può risultare un utile esercizio per capire cosa è cambiato e cosa è rimasto, dove ci sono stati miglioramenti e dove invece abbiamo solo rimpianti. Una cosa è certa: prenderemo coscienza che la storia non viaggia in linea retta, che il cambiamento c’è stato, in chiaro scuro, con netti miglioramenti in diversi campi, industria-agricoltura-turismo, e peggioramenti nel paesaggio che scriteriate colate di cemento hanno deturpato e nelle relazioni umane, dove si è persa quella gratuità che ci caratterizzava in passato.
Forse, da questa comparazione ne ricaveremo una iniezione di fiducia in noi stessi, in un momento come questo in cui ne abbiamo tanto bisogno. Questo è l’augurio che faccio ai calabresi e a me stesso.
RAI 3 sabato 26 Gennaio e sabato 2 Gennaio ore 7,30.

da “il Quotidiano del Sud” del 24 dicembre 2020